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Fase finale e caduta dell'impero romano d'Occidente
Il passaggio dall'Antichità al Medioevo non avvenne d'un colpo, ma in un lungo lasso di tempo. Rappresentò un'ampia serie di lenti e graduali cambiamenti, di cui la caduta dell'impero romano d'Occidente costituì una cesura solo nel senso che con essa tramontò in Occidente la cornice politica della società romana classica.
La ricostruzione degli avvenimenti nei secoli successivi riguardanti la storia di Urbs Salvia risulta spesso frammentaria, ma le sue vicende si collocano nel quadro della regione. Il Piceno seguì fatalmente le sorti amministrative del resto d'Italia, che ricevette l'ordinamento amministrativo stabilito dall'imperatore Diocleziano (245-313) e attuato dal successore Costantino (280-337).
Posteriormente, al posto della V regio augustea, fu costituita la provincia della Flaminia et Picenum, sottoposta ad un corrector, e quindi ad un consularis, come riferisce Ammiano Marcellino nelle sue Storie di un governatore di nome Patruino ed anche il cippo miliare della vicina abbazia di santa Maria delle Macchie. Un ulteriore modificazione amministrativa avvenne verso il V secolo quando i territori a sud dell'Esino furono riuniti nel Picenum suburbicarium e sottoposti direttamente all'amministrazione di Roma.
Il carattere mistico religioso della popolazione picena, che risale a origini antichissime (basti ricordare i fana, i boschi sacri, le stipi votive e la tradizione sabellica, mai tramontata per tanto volgere dei secoli) aveva trovato subito un nuovo indirizzo nella religione cristiana. La diffusione dalle nostre parti viene riferita a san Marone, antico cooprotettore di Urbisaglia a cui è legata la leggenda riportata dagli statuti cinquecenteschi di Civitanova. Narra Giovanni Marangoni nel suo libro Memorie Sagre e Civili di Civitanova del 1714: che essendo solito ogni anno di uscire una volta dal Mare nella spiaggia verso il Fiume Chienti un grandissimo Dragone, che col fiato uccideva i fanciulli di 3. Anni, in quell'anno era stata destinata per cibo del Dragone la Figlia del Re, ed il Santo avvisato dall'Angelo, portossi incontro al Dragone, e col nome di Cristo lo confinò nel Mare, e liberò la fanciulla Reale. Indi portatosi in Urbisaglia, il Re di quella, nominato Traiano si battezzò, credendo nel Dio di Marone. La vetustà della leggenda, oltre a confondere i due santi, san Giorgio - il principale protettore di Urbisaglia - e san Marone cooprotettore, testimonia la rapida diffusione del cristianesimo in questa terra sin dai tempi più antichi e la sconfitta del paganesimo, sottinteso dalla presenza leggendaria del drago.
La diffusione del cristianesimo avvenne maggiormente all'interno delle città, tanto che l'abitante del pagus (pagano) divenne sinonimo di non cristiano e seguace dell'antica religione romana. Già prima dell'editto di Milano, emanato da Costantino nel 313, le comunità cristiane si erano normalmente formate nei centri urbani delle città, sotto il governo di un vescovo. Si era così presa l'abitudine di considerare la civitas come quadro normale di una circoscrizione ecclesiastica - più tardi sarà chiamata diocesi - di cui il vescovo ne era il capo indiscusso. Nel IV secolo questa situazione, delle città divenute cristiane e delle campagne rimaste pagane, si evolve, in particolare perché l'élite urbana guadagna le campagne e fonda chiese rurali nei grandi possedimenti agricoli.
Soprattutto fu il concetto stesso di città ad essere minacciato nella sua esistenza e coesione dallo sviluppo della grande proprietà terriera. La città sarebbe senza dubbio scomparsa senza che la struttura che essa costituiva si fosse perpetuata in alcunché, se non si fosse protratta nella diocesi ecclesiastica. E questa circostanza fu di ancora più grande rilievo se si pensa che ciò, che si può chiamare la lotta tra la città e la grande proprietà nel basso impero, si trasferì in qualche modo sul piano delle cose ecclesiastiche. Nel grande dominio il proprietario volle avere la sua chiesa personale, egli la fondò, la costruì, la fornì di beni. Pretese anche che fosse il più possibile indipendente dalla chiesa della città: origine di un conflitto tra luogo di culto privato del dominus e la chiesa pubblica della città, che doveva protrarsi fino al XII secolo. Va inserita in questo contesto religioso la distinzione tra san Lorenzo, protettore della parrocchia e san Giorgio protettore del comune, il culto dei quali separava probabilmente, anche, gli abitanti di origine romana dai nuovi signori germanici.
Se si può individuare nella crisi del mondo romano, l'inizio dello sconvolgimento da cui nascerà l'Occidente medievale, è legittimo considerare le invasioni barbariche come l'avvenimento che fa precipitare le trasformazioni in atto, dando loro un andamento catastrofico e modificandone profondamente l'aspetto. Le invasioni lasciarono piaghe mal cicatrizzate: fecero precipitare l'evoluzione economica causando il declino dell'agricoltura e il ripiegamento delle città. Alcuni aspetti, però, sono molto interessanti: furono quasi sempre delle fughe in avanti. Gli invasori si trasformarono in fuggiaschi spinti da qualcuno più forte e più crudele di loro. La loro crudeltà si confuse spesso con la disperazione, soprattutto quando i Romani rifiutarono loro l'asilo, spesso chiesto pacificamente. La nostra storiografia più popolare ha in odio il barbaro che annienta dall'esterno e dall'interno questa civiltà, distruggendola o avvilendola. Eppure altre dovrebbero essere le considerazioni. Resta documentata l'attrazione che la civiltà romana esercitò sulle popolazioni barbariche. Non solo i loro capi fecero appello ai consiglieri romani, ma cercarono spesso di imitare i costumi e ornarsi dei titoli romani: consoli, patrizi, ecc. Non si presentarono solo come usurpatori e nemici, ma spesso come ammirati imitatori delle istituzioni romane. Inoltre, se si considera la presa di Roma di Alarico (370-410) soltanto come uno dei fatti dolorosi che Roma ha dovuto subire, va sottolineato che, contrariamente alla maggior parte dei generali romani vincitori che si sono resi famosi per il sacco delle città conquistate e con lo sterminio dei loro abitanti, Alarico accettò di considerare le chiese cristiane come luoghi di asilo e le rispettò. La grande novità fu che quella cosiddetta efferatezza barbara si dimostrò tanto umanitaria da indicare alla popolazione inerme le grandi basiliche, dove non sarebbero stati né attaccati, né uccisi.
L'opprimente imposizione fiscale per il mantenimento del numeroso apparato statale generò l'abbandono delle campagne e lo spopolamento di intere regioni; tanto che dovettero essere condonati gli arretrati dei tributi fondiari. La cosa si ripeté sovente in seguito alle incursioni e alle devastazioni dei barbari. Inoltre, nel 398 la popolazione locale delle zone occupate dai barbari fu obbligata a cedere ai Germani un terzo delle case e dei poderi, il che ebbe gravi conseguenze sia per l'amministrazione civica e della giustizia, che per il sistema fiscale nella riscossione dell'imposte. Nel 420 fu emanata una legge che permetteva di fortificare le villae (grandi appezzamenti terrieri riuniti sotto un solo proprietario con la sua residenza, che svolgeva la funzione di centro di raccolta e di direzione). Attorno alle villae dei pochi ricchi e potenti si strinsero non solo i loro dipendenti diretti, sparsi nelle loro vastissime proprietà, ma anche i liberi coltivatori riuniti nei loro villaggi (vici) di cui il grande proprietario assumeva il patrocinio, costituendo così delle vere unità sociali, dotate di fatto, se non di diritto, di una larga autonomia, che in molti casi tendeva ad avere anche un contenuto economico per il sorgere presso la villa di opifici industriali con manodopera servile, e con l'intensificarsi di scambi di opere, di servizi, di merci entro il territorio compreso nelle grandi proprietà.
Fu lo storico Procopio da Cesarea (500 c.a - 565), segretario e consigliere del generale bizantino Belisario (500 c.a - 565), che ci ha tramandato l'avvenuta distruzione di Urbs Salvia per opera di Alarico mentre si avviava alla conquista di Roma. Come riportato nel De bello gothico, di essa non rimasero altro che i resti di una porta, delle mura e alcuni pavimenti in mosaico. Queste affermazioni non vanno prese alla lettera, ma inquadrate nelle pessime condizioni economiche e sociali della popolazione italica nel IV secolo. La presunta distruzione sarebbe avvenuta nel 408 - 409, ma sicuramente non fu così catastrofica come ci viene tramandato se, ancora oggi, i ruderi che si possono ammirare, sono più monumentali e numerosi di quelli riferiti. Inoltre, se erano rimaste così poche vestigia sparse nella campagna abbandonata, non si potrebbe spiegare come mai Urbs Salvia avesse ancora il titolo di diocesi, come testimonia la partecipazione del suo vescovo Lampadio al concilio del 1 marzo 499 convocato in Laterano dal papa Simmaco (IV sec. - 514). Sull'episcopato urbisagliese, a parte questa fugace menzione, nei documenti non si conoscono altri accenni. L'unica cosa certa è che solo le piccole città ben organizzate ecclesiasticamente, dopo il concilio di Sardi del 343, poteva vantare il diritto della sede episcopale.
Se il racconto di Procopio appare in qualche aspetto assai esagerato, è però vero che gli sgravi fiscali accordati al Piceno durante quel secolo documentano il grave stato di depressione economica in cui versavano le campagne. In tale frangente anche la lenta decadenza delle città fu probabilmente irreversibile. Di sicuro ci fu un progressivo declino generato dalle lunghe guerre e dalle relative soldataglie, che scorrazzarono indisturbate lungo l'Italia dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente.

La guerra gotica e il Piceno
I goti riservarono ai romani le attività burocratiche-amministrative, mantenendo per sé l'esclusiva dell'esercizio delle arti militari. La guerra, che oppose i goti ai bizantini, imperversò lungamente nella regione, divenuta aspro campo di battaglia. Procopio, transitando insieme a Giovanni, generale di Belisario, ci dà una descrizione concisa e illuminante della situazione desolante nel Piceno.
Nel giugno del 538, Belisario si era mosso con tutto il suo esercito dalla città di Fermo, scelta come base d'appoggio, per recare aiuti militari ad Osimo, assediata dai Goti, passando per la strada collinare interna. Durante la marcia forzata, giunse ad Urbisaglia, dove l'esercito si accampò presso l'Anfiteatro, come testimonia il toponimo Parlasium tipico degli accampamenti militari bizantini. Al suo arrivo accadde il tenero aneddoto di Egisto e la capra, del quale Procopio fu testimone oculare. All'approssimarsi delle truppe, gli uomini e le donne romani fuggirono sulle colline vicine in preda al terrore, convinti che si trattasse di un esercito nemico. Nella concitazione della precipitosa fuga, un lattante, lasciato dalla madre spaventata, fu protetto ed allattato da una capra rimasta abbandonata nella città deserta. Quando superato il panico, la gente romana ritornò nelle abitazioni, vide la capra che teneramente allattava il bambino, impedendo a chiunque di avvicinarsi. Il bambino piangeva ogni qualvolta la capra veniva allontanata da lui, rifiutando con ostinazione il seno delle donne che si erano offerte per allattarlo. Procopio narra, inoltre, che al bambino fu imposto dai concittadini il nome di Egisto, ossia Caprolino. L'uso del nome greco Egisto ci fa sospettare che, nonostante la decadenza della città, la popolazione godeva ancora di un buon livello culturale conoscendo ancora la lingua greca.

I Longobardi, i Bizantini e i Franchi
Verso la fine del secolo, quando non si era ancora spenta la dolorosa eco dell'infuriare della guerra gotica, si abbatte sulle nostre contrade le violente scorribande dei Longobardi, mentre imperversava una gravissima carestia.
Nel secolo VII venne effettuata una nuova organizzazione territoriale della regione, con il fiume Musone a delimitare verso nord la Pentapoli bizantina, mentre il sud era sotto l'influenza longobarda e unificato al ducato di Spoleto. Inoltre, nacque un atteggiamento nuovo e diverso nei confronti dell'introduzione, ai fini fiscali, di ripartizioni di varia denominazione (privilegium, pievi, parrocchie, distretti, quartieri, terzieri, ecc.) e in generale la creazione ex novo di entità territoriali intermedie fra l'ambito della diocesi e del comitato con le singole villae.
Seguirono secoli, nei quali non si rintracciano testimonianze storiche attinenti direttamente il borgo di Urbisaglia, mentre perdurarono le condizioni di instabilità politica nelle lotte persistenti tra i longobardi e i franchi. I problemi posti dalla presenza dei barbari dominarono la storia dell'Occidente dalla fine del V alla fine del IX secolo. Ma essi si presentano in maniera diversa a seconda che ci si ponga in età longobarda o carolingia. Il primo di questi due periodi è contrassegnato dalla coesistenza di popoli che non si sono ancora fusi, da un pluralismo etnico e culturale, ed anche da un decadimento politico; il secondo da un tentativo di ricostruzione, di rinascita, di ordine in riferimento a valori ereditati dall'antichità e adattati ad un nuovo stato di cose. Soprattutto il dominio dei longobardi, a causa del loro stile di vita basato sulla caccia e lontano dalla vita della città, contribuì pesantemente alla rapida decadenza delle città romane e alla rovina del sistema viario. La dominazione dei franchi è rintracciabile negli anni successivi nei loro nomi riscontrabili nelle pergamene medievali e per i toponimi lasciati a tramandare la traccia della loro presenza. Il suolo italico fu teatro di un grande scontro intergermanico in cui prevalse il popolo più incline alle integrazioni etniche e agli accorpamenti federativi, pur presentando tassi di primitivismo più alti: la lex Salica dei franchi conteneva infatti norme sulla condizione femminile e sul rapporto reato-pena ben più arretrate rispetto alla legislazione longobarda. In un primo tempo i loro villaggi erano centri provvisori di sfruttamento agricolo e rifugi dopo le spedizioni di razzia. In seguito, invece, i franchi introdussero nei loro consueti orizzonti di vita il latifondo e le città: il latifondo, base di continuità delle famiglie senatorie gallo-romane, fu sempre più considerato anche dai franchi un elemento imprescindibile nei processi di rafforzamento delle famiglie aristocratiche; le città; con i loro vescovi e le loro cariche civili, imponevano un patrimonio di tradizioni pubbliche ai nuovi dominatori, che in parte lo adattarono alle loro esigenze. Con la dinastia merovingia prima e successivamente con la dinastia carolingia, riuscì perfettamente l'incontro tra la cultura germanica - fatta di mobilità, mito del valore guerriero e tradizione di comando sugli uomini - e quella latina, fatta di componenti religiose-letterarie, competenze amministrative, valorizzazione del latifondo e tradizione di potere sul territorio.

Gli imperatori germanici
Quando agli imperatori carolingi succedettero quelli di origine tedesca (961), cominciò ad affermarsi il nuovo nome di Marca (dal germanico mark, confine), che sostituirà definitivamente l'antico nome di Piceno. Pare che il primo riscontro della nuova denominazione sia quello della Marca di Camerino, avulsa dal ducato longobardo di Spoleto, il quale segnalava il confine dell'autorità imperiale. Vennero poi la Marca di Fermo, al confine con il regno meridionale, che si fuse poi con la Marca di Ancona, quando anche questa venne incorporata nell'impero.
Questo periodo di storia fino al Mille avvolge la città di Urbisaglia nelle sue nebbie fitte: le informazioni in nostro possesso sono molto scarse. Si hanno degli accenni di una Curte sancti Benedicti nei pressi dell'attuale abbazia di Fiastra e di una plebe di san Lorenzo situata fuori delle mura castellane e originata da un monastero, attorno al quale si erano raccolti i sopravvissuti alle guerre e alle carestie. Urbisaglia risultava essere un distretto citato nelle note Carte Fiastrensi come privilegio Urbis Aurea. Inoltre, scavi archeologici, effettuati presso il teatro romano, testimoniano l'utilizzo urbano della città anche in epoca post-romana come luogo di sepoltura: è noto infatti che i Romani non seppellivano mai cadaveri all'interno della città, perché era riservata solo agli esseri viventi.
La diffusione di monasteri, priorati e cappelle si deve alla feconda opera di civilizzazione del monachesimo benedettino che, muovendo attraverso l'Umbria, si irradiò in tutte le Marche in modo capillare, seguendo la fitta trama delle strade romane, che indicavano le direttrici di penetrazione, promuovendo così una rinascita spirituale, economica e culturale della popolazione. Inoltre il maggior impulso edilizio si deve anche alla presenza di signori feudali di origine franco-germanica, che a partire dal secolo X si affiancarono ai feudatari ecclesiastici, creando un sistema urbanistico di estrema frammentazione e dispersione territoriale. Le tendenze autonomistiche delle popolazioni, ormai abbandonate a se stesse da uno stato inesistente, si concretizzarono nella provincia con il proliferare di insediamenti di altura, in luoghi strategici o di passaggio, creando la tipica maglia insediativa delle Marche attuali.
Dopo questa lunga fase di sconvolgimenti, ne consegue che il feudalesimo e il movimento urbano sono due aspetti di una nuova evoluzione, che organizza sia lo spazio, che la società. Il feudalesimo fu una rete di vincoli di dipendenza, i cui fili andavano dall'alto al basso della gerarchia umana. L'organizzazione sociale conferì alla civiltà del feudalesimo la sua più originale impronta. Questi legami si appoggiavano sul beneficio e la protezione, che il signore concedeva ai propri vassalli in cambio di un certo numero di servizi e di un giuramento di fedeltà. Infatti, il feudalesimo, in senso stretto, consisteva nell'omaggio e nel feudo. Poi, a cascata, questa visione e organizzazione capillare della società si propagò fino agli ultimi strati della società, dando origine ad una organizzazione gerarchica e refrattaria ad ogni istanza sociale di cambiamento.
Infine, si rafforzava enormemente il potere pubblico dei vescovi nelle città, in cui l'assenza dei conti e dei marchesi si faceva sempre più marcata. Con l'ulteriore conseguenza, dato che il potere vescovile non poteva dinastizzarsi, di far emergere più nettamente nelle città, accanto ad esso, un potere laico espressione della piccola aristocrazia locale, più o meno non coincidente con le famiglie tradizionalmente titolari di honores, intente a consolidarsi signorilmente nelle campagne.
Era questo un periodo in cui la Chiesa allargava il suo dominio sui resti della giurisdizione dell'Impero romano, ponendo le premesse per il ripristino della legalità e del vivere civile.
Urbs Salvia, declinando progressivamente dagli antichi splendori, si ridusse ad un semplice agglomerato di misere casupole, edificate vicino alle vestigia degli antichi monumenti. Dalla visione di questo stridente contrasto, il sommo poeta Dante Alighieri (1265-1321), trasse amare considerazioni sulla caducità delle umane vicende nel canto XVI del Paradiso:
"Se tu riguardi Luni ed Orbisaglia
come son ite, e come se ne vanno
diretro ad esse Chiusi e Senigaglia
Udir come le schiatte si disfanno
non ti parrà nuova cosa ne forte,
poscia che le cittade termine hanno".

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Dalle prime pergamene alla prima distruzione di Urbisaglia
1000 - 1251

Nuovo processo di urbanizzazione
Dopo il Mille ritroviamo la popolazione sparsa sul territorio, con accentramenti sui crinali collinari di agglomerati urbani, detti castelli o castellari (Leone, Collalti, Valle Cortese, Buccini, Lamarum, Insule, Canalecche, ecc.) e castri (castrum Lauri, Molliano, Villa Maina, Orvesallia, Tolentinum, Sancti Genesii, Culmurani, Ripis, ecc.). Gli abitanti eredi di Urbs Salvia cercarono scampo e salvezza in questi centri demici, abbandonando l'insidiosa pianura per le alture, che offrivano maggiori garanzie di difesa e di sicurezza personale. Nella toponomastica altomedioevale il termine castellare sta ad indicare un insediamento fortificato, degradato o di recente abbandonato, comunque modificato rispetto alle sue origini di castello. Mentre la villa indicava in una proprietà demaniale, spesso di origine longobarda o franca, retta dai siniscalchi o iudices che dovevano curare gli inventari patrimoniali e i rendiconti economici di gestione. Inoltre, questo termine generico entro cui venivano di solito inclusi sia duchi che gastaldi, i quali - come anche gli ufficiali minori, sculdasci e centenari - sovrintendevano anche all'amministrazione della giustizia e dovevano impegnarsi formalmente con il re a garantirne un regolare svolgimento. Stando alle caratteristiche dei villaggi medievali aperti, la villa non era difesa da mura o altre strutture difensive, ma esercitava la preminenza sul contado delimitando una propria circoscrizione rurale.
La migrazione della popolazione dalla valle verso le alture segna storicamente questa epoca posteriore alla fine della pax romana. Sorse nelle campagne una vasta rete di castra, terre murate e castelli, di pertinenza laica o vescovile. Nacquero non solo per necessità difensive, ma anche a seguito delle immunità e dei privilegi istituiti a favore di chiunque fortificasse una curtis o un borgo nel proprio feudo. Nel paesaggio esteso delle selve emersero così le mura, le torri e le dimore di vassalli e valvassori, cui si abbarbicarono le misere casupole dei servi della gleba.
I castri fungevano da centri direzionali delle curtes, cioè delle unità operative agrarie, autosufficienti e strutturate sulla base della complementarità della pars dominica (le terre gestite direttamente dal signore) e della pars massaricia (le terre date ai servi in forma di mansi o clusi da coltivare). Ai castri affluivano i magri raccolti e i servi per prestare le corvées, cioè il lavoro servile di cui il signore faceva loro obbligo per la coltivazione delle proprie terre o in cambio della protezione personale. Attorno all'abitazione del signore, sovente fortificata, sorgevano i primi nuclei di caseggiati in muratura degli artigiani, la cui opera era necessaria alla chiusa economia di sopravvivenza del castro: il lapicida, il mugnaio, il falegname, il fabbro, il beccaio, il maniscalco, il bottaio, ecc. L'economia medievale aveva per scopo primario la sussistenza alimentare degli uomini. Per il popolo minuto era sufficiente di che vivere nel senso più ristretto del termine, ossia il nutrimento in primo luogo, poi il vestito e l'alloggio. Questa esigenza di sostentamento fece sì che fu collocato ogni nucleo contadino su una porzione di terra necessaria per far vivere una sola famiglia: il manso, terra unius familie. Le innovazioni tecnologiche diedero maggior impulso alla produzione agraria e artigiana: l'aratro a versoio, l'erpice, l'uso dell'acqua come forza motrice per i molini a grano, i frantoi d'olio, le folle per la lavorazione della lana e le gualcherie per la concia delle pelli. L'economia rurale, sotto la spinta dell'autosufficienza, raggiunse così un notevole grado di autonomia e sostentamento, tanto che si può parlare di presenza diffusa di piccoli domini campagnoli. Nelle campagne i nobili continuarono a portare il titolo di conte, estendendolo a tutti i membri della famiglia, con la conseguenza che erano presenti più conti che contee. Mentre, invece i comitatus, restavano l'ambito territoriale, sul quale esercitava il dominio il primario conte dei distretti carolingi. Il signore non solo gestiva la sua parte del frutto del lavoro del contadino, ma organizzava anche la sua vita obbligandolo ad usare i suoi frantoi, forni e mulini, oltre che la taverna. Inoltre, altri fattori influirono sulla scarsa produttività della terra medievale: la tendenza dei signori e dei monaci all'autarchia, conseguenza di realtà economica e di mentalità allo stesso tempo. Dover ricorrere all'esterno e non produrre tutto ciò di cui si aveva bisogno, era considerato non solo una debolezza, ma quasi un disonore. Nel caso di proprietà monastiche, l'evitare ogni rapporto con l'esterno derivava direttamente dall'ideale spirituale di solitudine, essendo l'isolamento considerato presupposto essenziale alla purezza spirituale. Quando i Cistercensi si dotarono di mulini, san Bernardo (1091 c.a - 1153) minacciò di ordinarne la distruzione perché si configurarono come centri di scambi sociali e, perfino, come luoghi dove sovente si praticava la millenaria piaga della prostituzione.
Inoltre, la coesistenza su di uno stesso territorio di popolazioni con un diverso livello di cultura, di civiltà, di mentalità e di modi di vita era destinato inevitabilmente ad influenzare la legislazione. Solo una popolazione omogenea avrebbe potuto garantire una legislazione unica, altrimenti per forza di cose i diversi popoli avrebbero seguito il proprio diritto; così in quel periodo i romani, i goti, i longobardi e i franchi venivano giudicati secondo la proprie leggi e consuetudini.
I villaggi erano nuclei abitativi di forma e dimensione varie. Fuori della parte abitata e per lo più recintata si estendeva l'area coltivata di competenza del villaggio, con ampi campi prevalentemente destinati a cereali, vigne e prati. Ancora più all'esterno c'era una fascia di terre comuni: pascoli e boschi curati dalle comunità per la raccolta di foglie, frasche e legname, per il pascolo dei maiali, che si cibavano di ghiande dei querceti. Oltre queste zone (l'abitato, il coltivo e le terre comuni) si estendeva la foresta, percorsa solo occasionalmente e usata per la caccia.

Urbisaglia come nuovo borgo
In quel tempo Urbisaglia era un borgo di casupole con l'intelaiatura di legno, con le pareti di mattoni di malta cotti al sole e legati con terra a secco, ad un solo piano, il tetto di coppi sostenuto da una travatura lignea e con i casarini (piccoli appezzamenti di terra usati come orto). La sua forma urbana aderiva alla conformazione morfologica della collina, dove nella parte predominante sorgeva l'abitazione del signore, circondata da strutture fortificate e dominata da una torre di difesa. Il borgo, invece, era difeso da un fossato a secco (detto carbonaria) e da una rustica palizzata di pali. Ogni borgo per sopravvivere aveva bisogno di un ambiente rurale favorevole e, via via che si sviluppava, esercitava sulle campagne circostanti, estese proporzionalmente alle sue esigenze, un'attrazione sempre più egemonica. I terreni erano accatastati progressivamente in sinaite: la prima vicina al centro urbano e, a seguire, la seconda e la terza man mano che ci si allontanava verso i confini esterni, per individuarne subito il valore commerciale e, quindi, quello per imporre la dativa nella tassazione. La sinacta, poi sinaita, è una voce longobarda che in origine significava 'il segno che si incide sugli alberi', poi è passata a indicare semplicemente 'la linea di confine'. Ancora oggi nel dialetto locale la senata ha il significato di confine.

Nascita delle Marche
La Marca, propriamente detta, venne costituita verso il 1090 dall'imperatore Enrico IV (1050-1106) raggruppando i territori requisiti alla contessa Matilde (1046-1115); e fu sottoposta al marchese Guarneri e ai suoi figli. La loro signoria, detta dei Guarneri per la frequenza di tale nome nella famiglia, sulla Marca di Ancona e poi anche di Camerino ebbe inizio solo dopo la prima metà del secolo XI; più tardi un altro Guarneri, figlio del primo, ottenne anche il Ducato di Spoleto, e la prima sua attestazione documentaria risale al 1094-1095. Successivamente, nel 1177 fu concessa come feudo a Corrado di Leutzelhald dal Barbarossa, quindi a Gotebaldo da Senigallia, a Mark di Anweiler, finché nel 1199 divenne possesso definitivo della Chiesa, anche se contesa a lungo dall'imperatore svevo Federico II (1197-1250) e dal figlio naturale Manfredi (1232-1266).

Nel territorio di Urbs Salvia predomina Villamagna
La storia della valle del Fiastra è molto interessante e non sufficientemente approfondita dagli storici locali. Il Fiastra segna il limes tra il ducato di Camerino e il comitatus Firmanus; eredi delle circoscrizioni longobarde e carolingie, sulle quali i rispettivi vescovi esercitavano la giustizia e l'amministrazione civile. Non a caso Petriolo, Loro Piceno, Sant'Angelo in Pontano e altri paesi sulla destra orografica del Fiastra rientrano nella diocesi fermana, mentre Urbisaglia, Colmurano, Ripesanginesio, Sanginesio e Sarnano appartenevano a quella di Camerino. La cultura del confine segnerà profondamente le vicende storiche e le relazioni sociali di questi territori sia in ambito economico che culturale.
Nel territorio, che fu della città romana e della diocesi, si contesero a lungo l'egemonia politica e economica, sia con numerosi scontri armati che con provvisori patti di alleanza, da Orvesallia gli Abbracciamonte (signori di Urbisaglia, chiamati così dal nome del capostipite) e da Villa Maina gli Offoni. Con ogni mezzo o metodo, lecito o illecito, con le armi in pugno o con la concessione di vantaggi economici, ognuno di loro operava per attrarre gli uomini e le proprietà della parte avversa nella propria area di influenza.
Ci sembra importante sottolineare una premessa: i signori dei castri erano di origine longobarda e si organizzavano secondo la tradizionale struttura della famiglia germanica, denominata fara, cioè l'insieme dei gruppi parentali che originavano da un unico avo. Inoltre la terra era ad appannaggio esclusivo della fara, cioè proprietà comune pro indiviso dei membri della fara, spesso detti consortes nelle pergamene. Solo nei secoli successivi cominciò a trasformarsi in un possesso personale. Per questo si rintraccia spesso nei documenti posteriori innumerevoli vendite concluse su insignificanti frazioni di patrimonio.
In principio la supremazia nell'agro urbisalviense era a favore dei Signori di Villamagna, il cui capostipite di origine germanica, il conte Mainardo, aveva usurpato i possedimenti dell'abbazia di Farfa, dopo che questa era caduta in una profonda crisi economica in seguito alle feroci scorrerie dei Saraceni, tanto da trasferirsi da Farfa in Sabina a Santa Vittoria in Matenano nella Marca. Inoltre, all'abate di Farfa, Ildebrando, scacciato nell'anno 971 dall'imperatore Ottone I (912-973) poiché aveva donato a figli e pronipoti le proprietà usurpate all'abbazia, venne lasciata in usufrutto vitalizio la corte di san Benedetto tra Mogliano, Petriolo e Villamagna, come attestato nel Chronicon farfense. La decadenza di Farfa non era stata graduale, ma rapida e traumatica: approfittando del suo stato di debolezza e malversazione in cui era caduto il monastero, alcune famiglie di piccola nobiltà feudale, rurale, potente e arrogante, si erano spartite le grandi corti fiastrensi tra il Chienti e il Tenna e vi si erano insediate.
Offone, figlio di Mainardo consolidò il suo potere, cercando di legalizzare, nei fatti, le usurpazioni paterne, che si estendevano dal Chienti al Fiastra, giungendo fino al Tenna, come documentano le Carte Fiastrensi (le pergamene appartenenti all'Abbazia di santa Maria di Chiaravalle di Fiastra e conservate fino ai nostri giorni, che costituiscono il maggior fondo documentale della storia delle Marche).

Le Carte Fiastrensi: documenti tra cronaca e storia
Furono rinvenute nel 1877 a Roma, mentre si adattava l'edificio del Collegio Romano dei Gesuiti a sede della Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele II. Queste carte hanno un valore documentale molto interessante, ma si bisogna tenere in giusta considerazione che si tratta di documenti di natura giuridica e amministrativa, quindi informano solo di questi aspetti della vita sociale del periodo. Inoltre, per loro natura e per la dispersione avvenuta attraverso i secoli, le Carte Fiastrensi sono molto lacunose dal punto di vista storico poiché non erano stilate per tramandare ai posteri le vicende dei protagonisti, ma tramandano informazioni solo sui personaggi che hanno venduto, donato, promosso liti giudiziarie, stilato atti matrimoniali, tralasciando chi non faceva ricorso a simili documenti notarili.
Nei vari atti risulta che, nel 1036 a Osimo, il conte Offone figlio di Mainardo concesse una charta venditionis et obligationis a Paterniano e ai suoi eredi sulle loro proprietà, collocate tra Villamagna e Collalto, con il consenso dei figli Farolfo, Esmido, Ranuccio e Berardo, impegnandosi con giuramento a riconoscere e a non turbare i loro diritti. Si deduce sin dalla sua comparsa nella storia che gli Offoni consistessero in una famiglia numerosa, collegata con un ceppo parentale altrettanto esteso e spesso in disaccordo profondo tra loro. In assenza evidente di consuetudini di maggiorascato, il quadro che si presenta relativamente alla nobiltà locale, è quello di un assetto proprietario estremamente frantumato. Questa fu una delle cause che determinarono nei decenni successivi la subordinazione di Villamagna nei confronti di Orvesallia, che, sebbene fosse più modesta, tuttavia prevalse, barcamenandosi poi a seconda dei propri vantaggi tra l'appoggio al papato e all'imperatore; mentre gli Offoni restarono tenacemente fedeli alla Chiesa.
Nel 1045, il conte Bernardo, figlio di Offone, con il consenso del figlio Bernardo e della propria moglie concedette un molino al monastero di san Michele di Pian di Pieca, soggetto all'abbazia di san Flaviano di Rambona. Altri nobili proprietari operarono nella zona; i coniugi Rando di Pietro, con la moglie Berta, donarono al monastero di san Salvatore di Rieti, e alla dipendente cella di santa Maria di Tolentino, che mutò nome in san Catervo divenendone la cattedrale, cento moggi di terra in contrada Spescie e altri cento nel fondo Buteno. Ancora, nel 1060 il conte Mainardo, figlio di Bonante, donò a Gisone, arcipresbitero di santa Maria di Tolentino, metà delle sue proprietà situate nel castro di Collalto con lo stesso castro e in contrada Spescie. Durante il 1070, il vescovo di Fermo, Ulderico, stipulò un contratto di permuta con Grimaldo di Attone, influente feudatario con vasti possedimenti nel fermano e nel maceratese, cedendogli estese proprietà situate tra Colbuccaro, Petriolo e Montolmo. La pergamena è importante per la nostra storia, perché per la prima volta viene citata Urbisaglia in un documento scritto: Et pro hac commutatione suscepi a te dicto Oldericus episcopus de pars sancte Marie Firmane ecclesie idest res ... que est in fundo Csippa a vocabulo Collucculo et in fundo ... et in fundo Collegulo et in fundo Orvessalia et per alia vocabula cum ipsa portione de castello de Culbuttulo et de pojo de Collecillo ... castella cum ipse ecclesie de ipsa portione que fuit de Butto et quanto ipse dicte castelle ecclesie pertinet vel pertinere debet que est ipsa res inter adunata et exunata per mensuram modiorum IV cum omnia que super se habent que est per fines: a primo latere fluvio Clentis, a secundo latere fluvio Gremone, a III latere fine via que venit da Ripalta et vadit in Gremone, a IV latere via que vadit da Gremone a capo Villa Maina et venit da Orbesallia et a Colle Alto pergit in Clenti.
Nel maggio del 1077, lo stesso Grimaldo di Attone rinunciò ai propri diritti sui possedimenti immobiliari in Villamagna infra privilegio Urbisaurea, in fundo qui dicitur Collini Araveccla a favore di Farolfo di Offone, e gli rilascia la quietanza - unde salvabitur Grimaldus Attone X libras denariorum Papiensium, pro maleficio quod fecit in ipsam senaitam Villa Magna - per risarcimento. Il maleficium viene normalmente tradotto dagli storici con il significato di omicidio. Negli antichi diritti germanici la pena per l'omicidio, come per gli altri delitti commessi da un uomo libero, era rappresentata da una composizione in denaro, che variava a seconda del rango della vittima. Questo veniva chiamato guidrigildo, parola longobarda analoga al tedesco Wergeld, che era appunto il prezzo di un uomo, la somma che l'omicida era tenuto a pagare per indennizzare i parenti della vittima, che in tal modo avrebbero rinunciato a esercitare il diritto di rappresaglia. Nel nostro caso, sembra che sia da interpretarsi come una disputa sorta all'interno dello stesso ceppo consortile per la proprietà di alcune terre, e che nella accesa contesa si fosse giunti a commettere un omicidio. Allora il colpevole, per non innescare una venefica faida di vendette continue, promise di rinunciare al patrimonio in favore dei parenti dell'ucciso. Quanto al termine privilegium esso è sinonimo, comunque affine a quello assai più frequente di ministerium (divisione amministrativa territoriale per lo più giuridica), al quale furono concessi particolari privilegi economici o fiscali.
Nel maggio del 1098, Alberto di Appone, al momento di insediarsi in Villamagna, fece atto di fedeltà per sé e i suoi uomini al conte Lamberto con l'impegno di rinforzare le fortificazioni del castro e di riservargli l'homagium come atto di sottomissione. Il conte Lamberto, forse figlio o nipote del primo Offone, fu il capostipite dei due rami derivati dai suoi figli Pietro e Farolfo, in cui appaiono divisi i conti di Villamagna nei secoli successivi; mentre Appone potrebbe essere del ramo dei conti di Montappone.
Nel febbraio del 1102, tal Gisalberto fece una donazione pro anima al preposto Pietro di santa Maria di Tolentino di una terra in contrada Brancorsina, nei fondi Pomarola e Colli Vasari. In vari anni successivi fecero lo stesso Pietrone di Morico, con il consenso della moglie Gasdia, donando nelle mani preposto Alberto in rappresentanza dell'abate Pietro; Attone di Orso con la moglie Gasdia, elargendo al preposto Berterammo alcune terre in Pomarola e Plano de Rainuctio; Orso di Pietro, con il consenso della moglie Riborga, cedendo pro anima al preposto Alberto due terre: una in contrada Brancorsina e l'altra in Pomarola.
Nel gennaio del 1119, Bonconte e Alberico, figli del conte Lamberto, con il benestare dello stesso Lamberto e della loro madre Cederna, rinunciarono in favore dei fratelli Farolfo e Pietro alla propria parte dei diritti sui castelli e le corti di Cessapalombo, Brugiano, Villamagna e Petriolo, qualora non avessero una discendenza maschile; si impegnarono, inoltre, a non effettuare altre donazioni o vendite il cui valore fosse superiore al valore di 5 soldi. E uno dei pochi casi di maggiorasco imperfetto, che si verificano all'interno di questa nobile famiglia, e che sarà all'origine del suo decadimento magnatizio.
Nel marzo dell'anno 1122, Alberto, Ugo, Guglielmo e Tebaldo, figli del conte Offone, vendettero a Gisone una posta atta ad edificarvi un molino in un posto denominato Isuria Uvoni. La proprietà di un molino è molto importante nell'economia chiusa dei castri e il suo possesso indicava il conseguimento di un buon livello di prosperità economica.
Il 2 settembre 1122, con il concordato di Worms fra papa Callisto II e l'imperatore Enrico V, due grandi poteri universali del mondo conosciuto si riconobbero reciprocamente e concordarono forme di gradimento di entrambi sui vescovi eletti. L'assenso del re era necessario perché nessun vescovo avrebbe rinunciato volentieri ai diritti di tipo pubblico (regalia) che esercitava sulla città e sul suburbio per lo più da tempo immemorabile; da quando i primi regni franchi avevano avuto bisogno della collaborazione politica e militare di quei prestigiosi personaggi, a cui i cittadini obbedivano di buon grado.
Nell'agosto del 1141, Guido, priore di santa Maria di Loro nel fondo Gemuli, insieme al cappellano Rustico e altri chierici, promise a Pietro, figlio del conte Lamberto e a Bernardo, figlio di Farolfo, di riconciliare chiesa di san Valentino e di celebrare un ufficio religioso per i suoi morti in occasione della festa di Ognissanti, ricevendone in cambio di alcuni appezzamenti situati in valle Ofredi e in altre località.

Nascita dell'abbazia cistercense di santa Maria di Chiaravalle di Fiastra
Ma in questo particolare scorcio della valle sorse un terzo contendente, che raggiunse rapidamente una predominanza economica, religiosa e culturale, soffocando sul nascere qualsiasi possibilità di sviluppo per l'insediamento di un forte centro comunale: l'abbazia cistercense di santa Maria di Chiaravalle di Fiastra fondata nel 1142 da Guarneri, marchese di Ancona e duca di Spoleto. Guarneri II (Werner) era a Modena nel 1155 in compagnia di Federico, partecipò nel 1159 all'assedio di Milano e morì davanti alla città di Crema nello stesso anno. L'abbazia venne edificata sotto Collalto ed affidata alla gestione di Bruno, abate cistercense proveniente dall'abbazia di Chiaravalle di Milano. Non fu certo per caso che il sito prescelto si trovasse accanto a quella corte di Villamagna e a quel castello di Collalto, i cui signori discendenti da Mainardo usurpatore di quei possedimenti, cedettero subito le terre necessarie al primo sviluppo dell'abbazia, e in fasi successive finirono per trasferire a Fiastra tutto il loro patrimonio e gli stessi diritti feudali su Villamagna e Collalto.
Il monastero e la sua chiesa non furono, agli occhi di coloro che la videro sorgere e prosperare, solo edifici di culto o luoghi di perfezione spirituale, ma il simbolo della società perfetta, la realizzazione apostolica che la imperfezione degli uomini rende impossibile tradurre in atti per tutti e che i monaci continuamente proposero come esempio e insieme monito. La data di fondazione dell'abbazia non è certa e oggetto di tediose disquisizioni, poiché tutte e due i documenti che si riferiscono alla fondazione dell'abbazia sono dei falsi originali, ma dal punto di vista storico non fa differenza se questa avvenne in un breve lasso di tempo differente; resta il fatto fondamentale che fu creata questa istituzione monastica e continuò a prosperare in questo territorio. E resta il dato storico di come queste istituzioni protessero la ritirata della civiltà precedente rispetto al regresso imperante del mondo occidentale, mentre le mura delle città avrebbero preparato il contrattacco e la rinascita della civiltà stessa.
Le nuove fondazioni cistercensi venivano create inviando non meno di dodici monaci, provvisti di libri liturgici e di quanto necessario per vivere, pregare e lavorare; e in più un certo numero di conversi, se necessario. Questa piccola comunità eleggeva subito un abate, dandosi una struttura organizzativa funzionale agli scopi prefissati dalla Regola.
I monaci parteciparono assai limitatamente ai dissodamenti, perché conducevano una vita di tipo quasi signorile, essendo dediti più ai beni spirituali che a quelli materiali; la loro vita è definibile quasi oziosa, nel senso latino del termine. Inoltre, si stabilirono in radure già parzialmente dissodate; essi si preoccuparono di allevamenti e quindi in misura minore di estendere i campi coltivabili. Infine, le grandi abbazie ebbero maggior cura a difendere il loro deserto, tenendo a debita distanza i contadini, contribuendo così a preservare gli ultimi residui di boschi e di selve - luoghi isolati per le loro preghiere - contro i dissennati dissodamenti del periodo.
I monaci dell'abbazia di Fiastra raggiunsero una notevole potenza economica attirando numerose donazioni pro anima e acquisendo molteplici appezzamenti. Molti di questi atti di vendita, di donazione, di enfiteusi su proprietà appena donate o di semplici trasferimenti di possesso dai proprietari ai monaci presentano aspetti meno lineari di quanto appaia ad un primo approccio. I dubbi che suscitano agli storici derivano da alcune ipotesi: se queste operazioni di carattere patrimoniale non nascondano al loro interno versamenti di interessi tenui o rilevanti, comunque sempre illegali nella concezione giuridica del tempo. La legislazione canonica coeva vietava drasticamente di effettuare prestiti su pegno di beni mobili e immobili, gravandoli di interessi in denaro o natura. Ma i divieti non impedirono che la pratica continuasse; sortì solo l'effetto di evitare nei documenti contabili e notarili il benché minimo accenno al versamento di interessi, ma fu utilizzata una grande varietà e complessità di formule giuridiche nella stesura degli atti stessi per evitare di incappare nelle pesanti sanzioni previste. Si tratta di operazioni illegittime molto diffuse nella pratica del tempo, spesso contraddistinte nelle diverse fasi delle stipulazioni e avallate, in caso di insolvenza, dall'azione di un mediatore investito dalle parti in causa per il rispetto delle clausole contrattuali non scritte. Schematizzando le operazioni furono spesso dissimulate da donazioni seguite con il rilascio del contratto di enfiteusi o cessioni usufruttuarie e vitalizie. Ma questo è un terreno molto scivoloso, dove è molto facile incappare in marchiani errori di valutazione e dove il discernimento è molto problematico, poiché i documenti potrebbero essere interpretati in tutt'altro modo: i nobili proprietari per proteggere le loro terre, le donavano a monasteri e abbazie per difenderle da feudatari più prepotenti e aggressivi, ricevendole poi indietro sotto forma di contratto di enfiteusi. Infatti, le proprietà ecclesiastiche godevano di maggiori protezioni imperiali e papali e di forti esenzioni fiscali, quindi i nobili, che restavano comunque proprietari a tutti gli effetti, potevano sotto la protezione abbaziale usufruire dei numerosi privilegi e vantaggi economici.
La prima donazione pro anima documentata risale all'agosto del 1140, quando Gezerammo di Albrico, un importante feudatario di Montecchio e signore dei castelli di san Lorenzo e Monteacuto, cedette per un prezzo convenuto a Bernardo, abate di santa Maria di Chiaravalle di Fiastra, i propri diritti su una terra nel fondo Ricina, in vico santa Maria in Selva, nel comitato di Osimo. Seguirono altre donazioni pro anima, dettate da una visione religiosa del periodo. Sin dal secolo X - e non solo da allora - aveva fatto breccia nell'incultura del tempo che solo i monaci, avendo seguito fino in fondo i consigli evangelici rinunciando al mondo, passavano dalla vita terrena a quella celeste senza interruzione di continuità. E lo stesso premio era riservato anche a chi moriva tra le mura di un monastero. Questa concezione di particolare religiosità indusse molti proprietari terrieri a trasferire i loro beni ai monasteri, o addirittura a farsi conversi all'approssimarsi della morte, per accedere a questo privilegio.
La prima acquisizione documentata avvenne nel 1147; Giovanni, priore dell'abbazia, rilasciò una quietanza dopo una lite con Pietro, prevosto di san Pietro di Sanginesio, per diversi modioli di terra in Pian di Pieca. Alla firma dell'atto presenziarono numerosi notabili, con Todino, vescovo di Camerino, e Angelo, abate di Rambona.
Gli stessi Offoni a più riprese donarono all'abbazia alcune proprietà. In diverse occasioni, Berardo, figlio di Farolfo effettuò donazioni e vendite con il consenso della moglie Jerosolima, insieme a Forte e Offreduccio, figli del conte Pietro, con il consenso della loro madre Morica. Prima del 1153, Bernardo, abate di Fiastra, assegnò agli stessi e ai loro discendenti maschi, le stesse terre, precedentemente donate, in enfiteusi, esclusa una parte che conservò per esigenze del monastero e assumendo delle incombenze particolari per la discendenza femminile della famiglia.
Non furono solo i principali signori di Villamagna a rivolgere le premure verso l'abbazia di Fiastra, ma anche quelli di Colmurano imparentati con loro. Nel, 1154 Marescotto di Offone procedette a una sostanziosa donazione nei confronti dell'abbazia: la quarta parte del castello e del girone di Colmurano ... cum quarta parte hominum et cum mansis et servitiis eorum et omnium possessionum de terris, vineis, arboribus, ecclesiis, molendinis, aquis, aquarum decursibus, rotis, silvis, pascuis, terris cultis et incultis, domibus et plateis, quas habet cum consortibus meis ... juxta territorium Urbisalie, Montis Nereti, Tolentini, Virginni, Lori et de Ripe, mediante Flastra et rivum Guedertioli et Lentoca. Segue la pedissequa specifica dei numerosi possessi donati all'abbazia nominati singolarmente. La cosa è molto indicativa del fatto che la cerchia del territorio conosciuto era molto ristretta, ma al suo interno molto approfondita, avendo ogni luogo un toponimo risaputo da tutti. Inoltre, il gruppo parentale degli Offoni fu probabilmente più ramificato di quanto i documenti in nostro possesso ci lasciano intuire. Le donazioni degli Offoni sono attestate a favore dell'abbazia di Fiastra con regolarità per tutto il secolo; anche gli altri feudatari, fedeli e soggetti agli Offoni, stipularono diversi atti di donazione e di vendita, con il consenso degli Offoni stessi. Amico prete e Paterniano, figli di Benedetto, Alberto e Attone, figli di Amico, beneficiarono l'abbazia attraverso l'abate Bernardo di una terra in fondo Fiastra, nelle località Pesceria e Valcortese.
Alberto di Azzone, in due occasioni beneficiò l'abate Pietro di terre in Valcortese, una contrada di Villamagna. Tra le varie donazioni merita una citazione quella di Nicodemo di Attone del marzo del 1163, nella quale sembra sopravvivere un'antica prassi giuridica longobarda: il launechild (launegildo), una forma di pagamento inteso a rendere valida una donazione tra i vivi, anche se non era prevista per le donazioni a luoghi pii. Ormai l'abbazia di Fiastra aveva esteso la sua proprietà in tutta la zona di Villamagna e dintorni, tanto che nel 1165 Berardo di Farolfo con Forte e Offone, figli del conte Pietro, rinunciarono al controllo giuridico sulle loro proprietà, promettendo di non costruire senza il consenso dell'abate Pietro alcun castello o abitazione sotto la gravosa pena di 400 bisanti d'oro, ricevendone in cambio di tale promessa un cavallo. Questa strana disposizione fa riferimento al contesto della regola dei cistercensi, che stabiliva di edificare i monasteri in luoghi a conversatione hominum remotis; lontano dalle città o dai centri abitati, in modo che non fossero disturbati dalla conversazione degli umani. Il contratto sottoscritto dai conti di Villamagna implica forse precedenti tentativi di fortificazione del territorio di loro giurisdizione, prima che venisse donato all'abbazia per riaverlo successivamente in gestione con un contratto di enfiteusi. Inoltre, la vicenda é molto rivelatrice sul solido predominio ormai esercitato dai monaci in questa vasta area.
Nell'agosto del 1167, Giuseppe di Alberto di Pietro, confermò all'abate Pietro, tutte le donazioni che suo padre aveva fatto al monastero a suo tempo, ricevendone al contempo dall'abate i medesimi beni immobili in enfiteusi, per il prezzo del canone annuo di 30 soldi provisini insieme ad una libra di cera.
Non solo lungo il Chienti e lungo il Fiastra si estesero le donazioni a santa Maria di Chiaravalle di Fiastra: molte riguardavano le zone presso Morrovalle, presso Civitanova, a Numana, a Recanati, a Osimo, nel Fermano e perfino nell'Ascolano. Queste donazioni pro anima, e con il completamento di acquisti mirati, permisero il sorgere di grandi appezzamenti di terreno, che nella denominazione cistercense prendono il nome di grancia. La parola deriva dall'antico francese granche, 'granaio'; e assunse il significato di proprietà ampia e compatta, accorpata intorno ad un centro edilizio di gestione aziendale. Le grancie dell'Abbazia di Chiaravalle di Fiastra furono localizzate in santa Maria in Selva (a Treia), in Sarrocciano (a Corridonia), Montorso (a Numana), Brancorsina e Collalto (Tolentino), santa Croce al Chienti (a Santelpidio), Valle Cortese (tra Mogliano, Petriolo e Villamagna) e quella cosiddetta Lanzani.


I conti di Villamagna
Frattanto, i conti di Villamagna si avviavano, così, verso una ineluttabile decadenza politica ed economica per la presenza ingombrante dell'abbazia. Seguirono negli anni successivi vendite e lasciti ereditari, che trasferirono sempre maggiori ricchezza e potere nelle mani dell'abbazia, togliendo sostanze e preziose risorse economiche ai Signori di Villamagna. Nell'aprile del 1170, Offone di Pietro donò a Pietro, abate di Fiastra, i suoi possessi nel fondo Planum Villemaine e sotto Collalto. Quattro anni più tardi, lo stesso, insieme con Matteo, Rinaldo e Farolfo figli di Bernardo, rifiutò all'abate Pigolotto la proprietà di una terra in Villamagna e di un'altra in plano qui vocatur de Alberto Raineri, quietando ogni disputa esistente e ricevendone in riconoscimento due buoi e una giumenta.
Anche gli stessi marchesi di Ancona decaddero in ristrettezze economiche ricorrendo a dei prestiti; tra il 1170 e il 1177, Guarnerio e Gualterio, concessero alle abbazie di santa Maria di Fiastra e santa Maria in Selva, contro un versamento di 10 lire lucchesi, le rendite di due terre in Montemilone, per il tempo necessario all'estinzione del debito contratto. Nel documento è esplicitata quasi la funzione delle banche attuali, che spesso le abbazie assolvevano. Come in un'altra pergamena del 29 ottobre 1178, dove alla presenza di Pietro, vescovo di Fermo e suo tutore, Tebaldo di Compagno si fa restituire la somma di 20 iperberi (monete d'oro dell'poca) da Amico, cellario di Fiastra, affidatagli in precedenza dal padre in deposito.
Numerosi altri piccoli feudatari di campagna fecero sovente donazioni o vendettero all'abbazia terre, ampliando i già vasti possedimenti: Nobilino di Alberto Nobilino donò una terra nella corte di Villamagna, località lu planu de la Preta; Amerigo e Trasmondo, figli del prete Aimerigo, devolse una terra in Valcortese; e Bernardo di Trasmondo cedette una terra nel fondo di san Valentino, località Moglie.
Inoltre, uno degli Offoni, Rainaldo, mentre stava ammalato a letto in un terraneo (casa di campagna ad un solo piano, che sopravvivono fino ai nostri giorni e vengono definite come case di terra) a Villamaina, dettò nel testamento le sue ultime volontà, lasciando erede l'abbazia di Fiastra di tutti i suoi possedimenti, qualora la moglie incinta avesse partorito un figlio nato morto o che fosse deceduto prima del raggiungimento della maggiore età, fissata a 12 anni se femmina e 14 se maschio.

Le Marche: territorio di confine e di conflitto tra imperatore e papa
Frattanto, il passaggio di Cristiano, arcivescovo di Magonza, lasciò nella Marca una scia di sangue con la distruzione di Fermo, al quale poi vengono riconfermati tutti i privilegi precedenti sul suo vasto territorio fino ai confini del Fiastra. Anche l'imperatore Federico I Barbarossa di Hohenstaufen (1123 c.a - 1190) appoggiò il vescovado di Fermo, mentre il papa Alessandro III (inizi XII secolo - 1181) da Venezia invitò i Signori del circondario a restituire le proprietà usurpate e strappate con le armi o con l'inganno al vescovo.

I Signori di Urbisaglia: scontri e confronti con i castri e i domini loci vicini
Nel 1187, fecero la loro comparsa documentale nella media Valle del Fiastra i Signori di Urbisaglia con Abbracciamonte, figlio di Ramno, che vendette all'abate di Fiastra Ruggero ben 65 modioli di terra nelle contrade di Brancorsina, piano di Rainuccio, Pomarola, Randonisco e Collalto per 64 soldi e un imprecisato numero di preghiere per la redenzione dell'anima dei propri parenti defunti, con la mediazione di Matteo dei conti di Villamagna denominato investitor. In questa lenta fase di declino egemonico dei Signori di Villamagna si presentò un'occasione favorevole al nuovo arrivato, che aveva la sua base di appoggio nella collina di fronte a Villamagna, dove si era sviluppata la nuova Orvesallia, e che cercava di emergere nel panorama dei domini loci, simpatizzando con il principale dei loro e sgomitando contro gli altri possibili contendenti.
Nel 1191 Gotebaldo, figlio del marchese della Marca Gualterio, riconfermò i privilegi e le possessioni che il padre aveva concesso all'abbazia nell'atto di fondazione; mentre continuarono le liti tra i Signori di Villamagna. Rainaldo, figlio di Gilberto conte di Falerone, con il consenso della moglie Florisenda e dei figli Ruggero e Filioesmidonis, rimette a Matteo di Berardo, ogni lite sui possedimenti in Villamagna in cambio di due cavalli, di cui uno appartenente alla dote della moglie e l'altro valutato ben 100 lire. Nello stesso giorno, il 21 agosto, Matteo promise gli stessi possedimenti all'abbazia di Fiastra alla presenza del marchese di Ancona, Gotebaldo. Per converso, Gualterio, figlio minorenne di Abbracciamonte, si appoggiava politicamente all'abbazia di Fonte Avellana, alla quale donò la chiesa di san Biagio con alcuni appezzamenti di terra e il cadente castellare sancti Blasi in contrada Murlungu, addossato quasi certamente alla cinta muraria romana di Urbs Salvia, il 15 settembre 1192. La presenza di un tale culto e l'ubicazione della chiesa stessa sono il documento più tangibile della minacciosa presenza dei Saraceni nei secoli precedenti, in quanto questo santo, oltre che protettore dal mal di gola, era considerato paladino contro le invasioni degli infedeli.
Nel giugno del 1193, furono altri proprietari residenti a Villamagna, Bernardo, Pietro, Offreduccio e Baligano, figli di Falerone, con il consenso della loro madre Pulcreneve e delle loro rispettive mogli Altaneve, Capitania, Alfreda e Tasselgardesca, a cedere le loro proprietà a Matteo e Forte di Villamagna, per porre fine ad una annosa lite civile e penale, al prezzo di 50 lire lucchesi e alla consegna di un cavallo bono et optimo. L'atto venne redatto a Falerone e riguardava le proprietà che erano state precedentemente acquistate dal conte Bernardo, corrispondenti alla sesta parte del castro di Villamagna. Questi nobili erano i signori di Falerone, tra loro si distinsero Baligano per l'influenza politica che ebbe nell'alta valle del Fiastra e a Fermo: concluse annosa vertenza per l'eredità della moglie, mediante una rimunerativa transazione con Adenulfo, vescovo di Fermo; più volte ricevette la dichiarazione di sudditanza del vassallo di Malvicino, castello presso l'attuale Sarnano; stipulò un'alleanza con Tolentino contro Sanginesio, al quale tolse San Costanzo e Rocca Colonnalta; rivendicò con esito positivo i suoi diritti sui vassalli di Loro Piceno; e morì verso il 1250. Mentre un altro suo fratello, Rinaldo detto il Pellegrino, dopo gli studi all'università di Bologna, divenne fervente seguace di san Francesco d'Assisi (1182-1226), dopo averlo incontrato e conosciuto sulla pubblica piazza di quella città.
Come si può facilmente arguire, Matteo cercava di impedire l'inevitabile declino e rafforzare la sempre più debole egemonia dei Signori di Villamagna. Dapprima, la sua tenace azione raggiunse apparentemente gli scopi che si era prefissato, ma alla lunga i suoi sforzi risultarono vani, poiché questo tipo subalterno di società civile stava scomparendo e Tolentino, che si affacciava allora nella Valle del Fiastra, era troppo in promettente ascesa per non approfittare della debolezza dei vicini legati ad una concezione della società antiquata e non attrezzata ai bisogni dei nuovi tempi. Tolentino iniziò allora la conquista del contado, ove erano le proprietà di antichi monasteri, come quello di san Salvatore della stessa Tolentino, ma soprattutto i castelli, le terre e i diritti ad essi connessi di una nobiltà feudale indebolita, sui cui Comune e abbazia di Fiastra, avevano rivolto i loro appetiti.
Gualterio perseguiva una diversa strategia: ancora giovane ed inesperto si barcamenava tra comuni troppo invadenti, appoggiandosi ora ad uno, ora ad un altro, e cercando di aumentare le possibilità di sopravvivenza e di autonomia. Nel 1194 promise di incastellarsi in Sanginesio con i soliti patti e al quale concesse, inoltre, il vassallaggio di alcuni uomini abitanti nei suoi possedimenti in curia Calviani et plebis sancti Andree, situati presso Pian di Pieca.
Frattanto, nel gennaio del 1195, Matteo di Villamagna e Forte di Offone depositarono presso l'abbazia alla presenza di numerosi testimoni un piccolo tesoro composto da 30 lire lucchesi e 12 soldi, un drappo di stoffa, undici rocchetti di seta, un paio di orecchini d'argento, due anelli d'oro e tre d'argento e un falco d'oro (probabilmente una riproduzione di aquila, simbolo delle legioni romane). Il tutto aveva un valore complessivo di 70 lire. Sicuramente i Signori di Villamagna non attraversavano un periodo favorevole, anche perché a luglio dello stesso anno Gualterio di Abbracciamonte, ancora minorenne e assistito dalla madre, rinunciò all'incastellamento in Urbisaglia di Matteo e di Forte, sciogliendoli dai patti fatti al proprio avo e a lui stesso, incamerandosi, però, le case che i due avevano edificato in Urbisaglia e riappropriandosi dei mulini che erano stati loro concessi alla stipula delle promesse non mantenute. L'atto fu redatto presso Tolentino nella curia del marchese della Marca, Mark de Anweiler.

Tentativo di libero comune a Villamagna
Certamente Matteo di Villamagna aveva già in mente di perseguire l'ambizioso progetto, illustrato da una pergamena del 31 dicembre dello stesso anno: la costituzione di un libero comune sui suoi possedimenti, con l'assenso della moglie Ammirata, di Forte e Siginetta (trasferitasi successivamente a Cessapalombo), figli di Offone, e di altri consortes, Albrico, Americo e Trasmundo.
Il tentativo è degno di nota perché risulta essere stato uno dei primi documentato nella Regione e perché tendeva di far fare un salto di qualità alla corte di Villamagna per divenire un castro: i suoi abitanti vi avrebbero trovato rifugio in caso di guerra; mentre in tempo di pace vi avrebbero concorso per amministrare la giustizia o assolvere le prestazioni alle quali erano tenuti. Nell'atto si stabilirono i confini del nuovo comune e si garantì la sicurezza personale e le libertà ad ogni singolo abitante. Sarebbero stati donati 18 piedi di terra edificabile a chi avesse collaborato nella costruzione delle mura cittadine; si sarebbero salvaguardati i diritti feudali dei nobili; nessun pedaggio sarebbe gravato sul transito delle merci destinate alle fiere ed ai mercati di Villamagna; nessuna tassa o dativa era imposta a carico degli uomini liberi; il costo della edificazione delle mura cittadine sarebbe stato a totale carico dei nobili e, infine, i due consoli o rettori del libero comune sarebbero stati eletti uno dal popolo (popolaribus) e l'altro dalla nobiltà (dominis). Se i Signori firmatari fossero venuti meno, anche ad una sola delle clausole previste, sarebbero incorsi nella pena di mille lire lucchesi da restituire ad ogni singolo uomo libero, che avesse sottoscritto e aderito agli impegni enunciati.
La frammentazione della società medievale fra nobili, chierici e contadini, sottoposti ognuno a forme di soggezione personale specifiche e differenziate, fu la caratteristica peculiare del periodo. Tuttavia, distinti e spesso contrapposti a queste classi, erano sempre esistiti nuclei isolati di mercanti e artigiani, che rivoluzionarono l'economia, dando origine alla massa potente della classe urbana. Se l'agglomerazione nelle città e nei borghi restava in sé anonima, gli uomini, che ne facevano parte, possedevano una concezione differente della organizzazione sociale, vedendo nella imposizione dei vari balzelli, nelle molteplici forme di dominazione sul territorio, nelle immunità godute dalle chiese o dai propri vicini, intralci insopportabili alla libertà dei propri guadagni. In sostanza, sia la città che il borgo sognano di pervenire ad innovative libertà, essendo un corpo completamente estraneo alla società del Medioevo. Oltre a rafforzare la propria autonomia, i borghesi scavalcarono i poteri dell'aristocrazia locale, ricorrendo direttamente ai grandi poteri superiori: il papato e l'imperatore. Così facendo distrussero uno dei capisaldi del Medioevo nel suo elemento più caratteristico: il frazionamento dei poteri. A rendere visibile la nuova visione del convivere civile fece la sua comparsa il giuramento collettivo dei cittadini. Questa associazione giurata prese il nome di Comune, suscitando da subito gli odi violenti di un mondo fortemente gerarchizzato. Il comune é per l'Italia la grande novità di questo periodo, che sancisce sul piano istituzionale il trionfo delle realtà urbane, il primato dello sviluppo imperniato sulle città. Le città italiane a differenza di quelle straniere, di regola isole libere entro più vasti territori feudali, si erano costituite a capoluoghi dominanti su ampie zone rurali, perché svolsero la funzione primaria di conquista ed organizzazione dell'area circostante. I castelli del contado con i loro signori titolari di dominatus loci, eventualmente riconosciuti dall'Impero come feudatari, dovevano in un modo o nell'altro raccordarsi al vicino comune ed entrare nella sua sfera d'azione politico-militare, che era anche la sfera economica d'importanza primaria per la città. Era essenziale per evitare che ci arrivasse prima qualche altro vicino, che si sarebbe in tal modo irrobustito, avanzando anche inevitabilmente maggiori pretese. E l'espansione che avvenisse con la forza o con la persuasione (sottomissioni articolate in capitula), significava estensione dell'area economica cittadina con i suoi pesi e le sue misure, con la tassazione dei nuclei familiari, delle terre e del bestiame, nonché la sostituzione dell'amministrazione signorile con funzionari, dotati di un minimo di competenza tecnica in quanto notai, inviati dal governo cittadino.
Ma, il tentativo di Villamagna non sopravvisse a lungo, perché venti di guerra percorrevano la Marca. Si costituirono tra comuni limitrofi diverse alleanze per salvaguardarsi da avversari manifesti, come quella rectam societatem stipulata tra Montecchio e Camerino contro Sanseverino, nel 1198. I signori di Villamagna ben presto si trovarono in difficoltà economiche e politiche. Matteo e Forte dovettero svendere numerose proprietà all'abate di Fiastra e chiedergli un prestito di 150 lire lucchesi, lasciando in pegno alcuni terreni. La somma probabilmente venne utilizzata per liquidare le pretese e i diritti di Giorgio, marito di Siginetta, al quale la moglie aveva concesso tutte le proprietà in Villamagna, a Brusiano e a Cessapalombo. Così a proseguire questo esperimento restarono solo Matteo e Forte. La situazione politica precipitò quasi subito, tanto che il marchese Mark de Anweiler, rappresentante dell'imperatore, assediò e distrusse il castro, forse perché la sua fondazione era stata stabilita a sua insaputa, o perché presagiva che stessero per nascere nuove aggregazioni popolari, autonome dal potere imperiale (i comuni). Nella storia dell'impero germanico poche figure si elevarono tanto in alto come il rude siniscalco Mark de Anweiler, il quale morì reggente di Sicilia: egli era stato affrancato solo nel 1197, quando il suo signore gli conferì l'investitura del ducato di Ravenna e della Marca di Ancona.
Dall'episodio della distruzione di Villamagna il prestigio della famiglia comitale ne uscì irrimediabilmente scosso e fu un duro colpo tanto che nei decenni successivi riuscì solo a sopravvivere alla passata fierezza. All'infausto epilogo fu quasi certa la presenza interessata di Gualterio, che nello stesso anno incastellò Alberico di Giuseppe, uno dei nobili fuggiaschi da Villamagna. Alla stesura dell'atto erano presenti Giovanni Ugolini e Rainuzio Paganelli, consules: è la prima volta che viene citata questa magistratura per Urbisaglia, indicazione evidente che il paese si era ormai dotato di una forma allargata di controllo popolare. Inoltre, da questa circostanza si arguisce che, nella lotta politica, i due castri erano schierati su opposti fronti: Villamagna e gli Offoni aderivano al papato (guelfi), mentre gli Abbracciamonte aderivano al partito dell'imperatore (ghibellini). Si disse ghibellino il partito dei sostenitori della casa di Hohenstaufen, duchi di Svevia e signori del castello di Wibeling in Franconia, ostili alla supremazia papale, in contrapposizione al partito dei guelfi, guidato dai duchi di Baviera, eredi di Guelfo (1070-1101). Al tempo della lotta fra il Barbarossa, appartenente appunto alla casa sveva, ed il papato i due schieramenti assunsero il significato antipapale o antimperiale. Non c'erano dietro la contrapposizione tra guelfi e ghibellini motivazioni di carattere sociale, di classe diremmo oggi. C'erano piuttosto orientamenti politici, tradizioni cittadine e solidarietà (e odi) familiari createsi anticamente nel corso dei secoli, e destinate a depositarsi nella memoria delle parti politiche e delle famiglie. Meglio se nobili e capaci di conservare una memoria storica. Fu una contrapposizione che espresse il particolarismo del tempo, la vivace, insopprimibile conflittualità dentro e fuori le città in competizione tra loro per la conquista di maggiori spazi politici, militari ed economici. Insomma espresse una conflittualità in qualche modo inevitabile in mancanza di ordinamenti sovraccitadini di una qualche consistenza, e in presenza di molteplici centri di iniziativa politica e culturale capaci di proiezioni a vastissimo raggio.

I signori di Urbisaglia
Gualterio di Abbracciamonte aveva ereditato una situazione sfavorevole alla sua signoria: il padre aveva sottoscritto una promessa di incastellamento a Tolentino e accordi con l'abbazia di Fiastra per il possesso della contrada di Brancorsina. Per risollevare le sorti del suo dominio Gualterio, insieme alla madre, aveva iniziato, nel 1196, una lite con l'abate di Fiastra per il possesso della stessa contrada e per contestare il diritto dei monaci a cavare le pietre e i mattoni nel territorio della città romana, posta sotto la sua giurisdizione, e utilizzati dai monaci per l'edificazione della chiesa e del monastero. La lite fu rapidamente risolta alla presenza del notaio Berardo con la mediazione del vescovo di Camerino Atto e dei notabili e signori più importanti dei castri limitrofi, tra i quali lo stesso Matteo di Villamagna. Inoltre, Gualterio riuscì ad ottenere un contratto di enfiteusi a terza generazione sopra i due terzi di Brancorsina, pur perdendo le somme in denaro, che il padre aveva depositato presso la stessa abbazia. Nell'incrementare la sua influenza personale, Gualterio di Abbracciamonte raggiunse un altro positivo e importante risultato. Riuscì ad ottenere in enfiteusi le proprietà del monastero di santa Maria di Tolentino, dal preposto Gualfredo, al prezzo di 100 bisanti d'oro. Il territorio, riportato nel documento, corrisponde quasi perfettamente ai confini attuali del comune di Urbisaglia, includendovi anche la contrada di Brancorsina fino al Chienti e altre contrade verso Pollenza e Petriolo, che il comune perse successivamente in favore di Tolentino.
Poiché le proprietà ecclesiastiche non potevano essere vendute, essendo patrimonio divino, venivano concesse in enfiteusi, che era un contratto d'affitto di lunga durata, o ceduto fino a terza generazione, ottenendo in cambio un modico canone annuo. Di fatto, fu un tipico strumento con cui si dilapidarono e espropriarono gli enormi patrimoni fondiari delle chiese dei monasteri; poiché non sempre era possibile recuperarli in assenza di una corretta amministrazione catastale. Così, il semplice possesso si trasformava sovente in cruda proprietà.
Inoltre, la distruzione di Villamagna fu un duro colpo per i suoi signori, tanto che Matteo e Forte, per non assoggettarsi all'indesiderato dominio di Gualterio, nel marzo 1199 sottoscrissero una promessa di incastellamento a Tolentino, con i soliti patti di perseguire la pace o la guerra (escluso con Sanginesio) secondo i loro ordini, e ricevendo in cambio una casa con orto a Tolentino insieme al permesso di poter possedere un molino. Con questo atto comparve nella valle del Fiastra un nuovo pretendente alla supremazia nel territorio della valle del Fiastra: Tolentino, che non aveva possibilità di espansione da altri lati a causa della presenza di forti e potenti comuni confinanti a nord. Villamagna oramai si avviava a scomparire come entità amministrativa autonoma, tanto che Forte nell'ottobre del 1200 cedette alla sorella Siginetta e al marito Giorgio i diritti patrimoniali su diversi mansi e vassalli. E, a novembre, forse deluso di essere un qualunque semplice cittadino di Tolentino, promise di nuovo a Gualterio di incastellarsi in Urbisaglia, di non ricostruire la distrutta Villamagna e di far prosperare la sua nuova patria, ricevendone in cambio la posta per un molino presso l'anfiteatro (Parlasium), una vigna in contrada Cerreto e la metà di un campo in contrada Fonticella. Così Forte, in questi anni primus inter pares degli Offoni fu costretto a districarsi tra alterne vicende, che gli imposero di contrarre debiti, vendere diverse proprietà e fare concessioni sempre maggiori al potente di turno, particolarmente al monastero di Chiaravalle di Fiastra.

Nuove lotte nuove guerre tra papato e impero
Con l'arrivo dell'esercito pontificio nella Marca, dopo la fuga a Palermo di Mark di Anweiler, i Comuni, divisi nello schierarsi tra l'imperatore e il papa, continuarono a perseguire una maggiore autonomia, rifiutandosi di sottoporre le loro deliberazioni all'approvazione del Legato della Marca. Una guerra tra Ancona, e i suoi alleati contro, Osimo, Jesi, Fermo e Fano riaccese le rivalità tra i comuni, che non avevano trovato un definitivo accordo nella pace di Polverigi del 16 gennaio 1202, per la mancata adesione da parte di Ascoli, Tolentino, Sanginesio, Camerino, Fabriano, Matelica, Sanseverino, Macerata, Montolmo e Cingoli. Il papa Innocenzo III (1160-1216), constatando la situazione disperata nella Marca affidò il suo governo al marchese Azzo VI d'Este, nella speranza che una sua occupazione armata avrebbe garantito il dominio alla Chiesa. Ma i disordini e le vicende nella Marca non si avviarono nel senso auspicato, così ogni comune continuava a perseguire i propri interessi particolari. Infatti, Azzo VI abbandonò queste contrade per seguire l'imperatore in Lombardia e a seguito della sua morte nel 1212, l'imperatore Ottone IV (1174 c.a - 1218) nominò marchese della Marca Pietro da Celano, in contrasto della investitura papale di Aldobrandino d'Este, al quale si era però già contrapposta una lega di Comuni. L'opposizione fiera e tenace agli Estensi alimentò un vivo risentimento contro la Chiesa, suscitando ovunque il diffondersi di movimenti pauperistici, che si rifacevano soprattutto agli insegnamenti di san Francesco e degli ordini mendicanti da lui originati.

Compare un nuovo contendente nella valle: Tolentino
La presenza ostile di Tolentino si fece avvertire pesantemente nella valle, dopo che diversi centri demici erano stati incorporati nella sua giurisdizione e che numerosi nobili del contado avevano aderito alla sua comunità. Ma anche Sanginesio si adoperava incessantemente per allargare la sua influenza lungo la valle del Fiastra. Tolentino, inoltre, nel 1201 aveva stretto dei patti di alleanza con Montecchio e Camerino, che includevano favorevoli accordi anche con Montemilone. In questi centri urbani della provincia, contrariamente che ad Urbisaglia, si andava rapidamente affermando una nuova dinamica collettività cittadina, che inglobava la suo interno i nobili del contado; anche se prevaleva la componente di origine popolare organizzata in differenti corporazioni artigianali a gestire l'amministrazione della vita pubblica del comune.
Continuava la lenta decadenza degli Offoni, nel novembre del 1202 Siginetta e suo fratello Forte diedero in pegno a Giorgio, marito di lei, per un prestito di 36 lire lucchesi, un campo sito in fondo Piano e due commendazioni di uomini, stabilendo inoltre alcune condizioni accessorie nel caso della morte improvvisa di Siginetta. Contemporaneamente i due coniugi insieme rinunziarono in favore di Forte ad ogni diritto sul manso paterno nella corte di Villamagna e sulle terre, vigne, selve, uomini e beni situati nei castelli di Sanginesio e Cessapalombo. Nel maggio del 1206, Forte di Offone, trattò la vendita di un manso nella corte di Cessapalombo, nei fondi di Casigliano e Barammano per un prezzo di 4 lire e 5 soldi lucchesi.

L'abbazia di Chiaravalle di Fiastra continua la sua espansione economica e religiosa
L'espansione territoriale dell'abbazia di Fiastra non fu priva di conflitti giudiziari con i nobili del luogo o con i comuni limitrofi. Nel maggio 1206 si concluse una lite giudiziaria tra l'abbazia di Fiastra, rappresentata dall'abate Trasmondo, e Alberico di Giosué insieme al nipote Giuseppe. Il lodo arbitrale, sentenziato dal giudice eletto dai contendenti, Berardo Prontoguerra nella chiesa di san Michele in Ripe Sanginesio, stabiliva che i due nobili rinunciassero ad ogni diritto sulle possessioni contese, restituissero rilasciando la quietanza per le 19 lire lucchesi reclamate dall'abbazia; e che rientrassero in possesso degli strumenti agricoli utilizzati nel lavoro dei campi. Gli inadempienti avrebbero dovuto pagare una penale di 100 lire lucchesi, metà destinata al giudice, e l'altra metà alla parte rispettosa della sentenza.
Non fu l'unica lite che riguardava Fiastra; lo stesso papa Innocenzo III dovette intervenire per difendere i diritti accampati dall'abbazia sopra la chiesa di santa Maria in Selva contro il vescovo di Osimo
La vita scorreva tranquilla per altri proprietari: nel novembre del 1207 Carnevale dette in pegno a Rinaldo, Gualtiero e Venanzio, figli di Giovanni, una terra nel fondo di san Tossano, davanti al castello di Villamagna, per la dote di Buonafemmina, loro sorella, promessa a Nicola, figlio dello stesso Carnevale. Mentre il succitato Alberico di Giosué si costituì come fideiussore di Forte di Offone nei confronti di Oddone, a garanzia della composizione avvenuta tra il monastero e lo stesso Forte, forse per rientrare in possesso dei beni depositati negli anni precedenti.
Intanto compare nelle carte anche Offreduccio, figlio di Matteo di Villamagna, che nell'ottobre del 1208, permise a Attone, sottopriore di Fiastra, di poter condurre l'acqua del Fiastra ad un molino e di poter scavare un vallato nelle sue terre, ricevendone in cambio 4 lire lucchesi e una parte di una rota del fiume. All'atto redatto a Mogliano presenziò Mainardo di Trasmondo Nobilini, che era uno degli uomini di Forte di Villamagna, in veste di tutore di Offreduccio, poiché questi aveva meno di 25 anni.
Nel resoconto di alcune testimonianze del 1208 su una lite vertente tra l'abbazia e Forte con Matteo su un vallato presso il Fiastra, il possesso di un orto sopra la casa di Stallone e della terra di Giovanni Nigri, successa anni prima, si evidenziano alcune informazioni importanti. Il teste don Alberto riferì di aver visto alcuni atti notarili appartenenti ai monaci, in cui risultava che l'abbazia era stata fondata sulla terra de li Paterniani, chiamandoli fideles dominorum de Guillamaina. Un altro testimone, Carnevale, sotto giuramento affermò che dopo la morte di Matteo di Villamagna, furono restituiti diversi panni di seta e lino, tovaglie, cinte di seta e collane d'argento, che erano stati depositati in abbazia. Il teste Urbisaglia aggiunse che vide Matteo e Forte ricevere in diverse occasioni cavalli, buoi e altri vestiti. Era anche presente quando l'abate Martino rimise ogni colletta e perdonò ogni maleficium, che Forte aveva fatto ai monaci, sotto la pena di 50 lire se non avesse rispettato i patti. Inoltre Forte ricevette un paio di buoi, compreso un vomere, un giogo e un pungolo per gli animali. Ma la notizia più interessante la fornisce un certo Todino. Questi affermò che era presente nella calzoleria del monastero quando l'abate Trasmondo e il priore Rainaldo promisero a Forte di porgergli aiuto nel caso de placito quod abebat cum filiis Rainaldi Trasmundi, nell'anno precedente. Nell'alto Medioevo si chiamava placito l'udienza giudiziaria che il re, ma di fatto sul piano locale il conte o altro rappresentante regio, teneva periodicamente per discutere e giudicare le cause che gli erano presentate. L'amministrazione della giustizia era una delle responsabilità principali del potere pubblico e tutti gli uomini liberi erano chiamati a parteciparvi; fra loro erano scelti i boni homines che assistevano il conte nella formulazione della sentenza. Con il tempo il placito si trasformò da prerogativa del potere pubblico, condotta con il concorso della popolazione, a manifestazione di un potere ormai privatizzato e dinastizzato a profitto dei signori locali; ciascun signore aveva la possibilità di giudicare i suoi dipendenti e dunque di tenere il placito. Continuerà a chiamarsi servizio di placito l'obbligo per i vassalli di assistere il signore nell'esercizio della giurisdizione. Non sappiamo come sia andata a finire la questione, poiché il documento riporta solo le testimonianze di parte di Forte.
Nell'anno successivo, ancora Offreduccio di Matteo negoziò una vendita di terra con un pezzo di oliveto con Pietro e Giovanni di Attone al prezzo di 40 soldi lucchesi. E ancora i fratelli Giacomo e Offreduccio di Matteo, per i servizi ricevuti e che sperano di fruire ancora, donarono a Benedetto di Attone un appezzamento nella contrada di Colle Arsiccio, nel fondo Moriole. Le loro vendite continuarono incessantemente negli anni successivi, svendendo il patrimonio accumulato dagli ascendenti.

Colmurano e Montenereto
Frattanto a Colmurano, Bernardo di Abbate e il figlio Venanzio promettono ad Offone di Colmurano di abitare nel castello riconoscendone la signoria, ricevendone in cambio la restituzione di 11 soldi lucchesi e la terra, che possedevano nel luogo detto lu Staffulu. Anche a Montenereto si giunge ad una pacificazione che riguarda tutti i signori del luogo: i consoli Gilberto di Montenereto e Ubaldo di Arnaldo giudicarono in merito alla controversia che opponeva da un lato Offreduccio, Gualtiero e Aliotto e le loro sorelle contro Attone, Alberto e Nellolante, condannando quest'ultimi al pagamento di 25 lire lucchesi; ma li assolve dall'obbligo di restituire una terra in contrada dello Stirpario e di soddisfare tutte le richieste contenute nel libello d'accusa.
Forte di Offone, il 23 maggio 1211, ricevette dalla suocera Sofia, vedova di Balzano, insieme alla moglie Claraclasse uno spiazzo recintato da un muro, sito sopra il fossato del castello di Tolentino e una parte di un molino vicino al vallato vecchio nella curia sempre di Tolentino.
Il giorno 5 dicembre dello stesso anno, Magalotto giudice del comitato di Camerino emise la sentenza nella lite vertente tra Grimaldesco e i suoi figli contro Giberto e Oradino circa il possesso del castello di Montenereto; il risarcimento di alcune spese sostenute per le derrate alimentari in sostegno del castro (pane, frutta, frumento, miglio, orzo, fava e vino); e la proprietà dei loro uomini nelle corti di Urbisaglia e Tolentino. La sentenza cercò di metterli unanimemente d'accordo, stabilendo che nessuno aveva il diritto di fortificare il castro o costruire una corte senza il consenso degli altri. La sentenza venne emessa a Tolentino alla presenza del podestà Tebaldo, del giudice Berardo di Prontoguerra delle Ripe e di altri notabili locali.

Ascesa degli Abbracciamonte di Orbesallia
Anche Gualterio di Abbracciamonte, per mantenere una precaria autonomia, si barcamenò tra i diversi contendenti e fu obbligato, dai rapporti di forza presenti in campo, a patteggiare di nuovo con Tolentino una effimera promessa di incastellamento e di fedeltà, il 31 agosto del 1213. Oltre a sottomettere Urbisaglia, promise di promuovere la guerra o la pace secondo le direttive dei consoli o del podestà con l'esclusione degli abitanti di Montemilone, e di liberare dal vassallaggio i suoi vassalli di Brancorsina. In compenso ricevette 4 modioli di vigna in contrada Porta del Monastero, una casa e una posta per un molino o per una gualcheria lungo l'Entogge o il Fiastra, oltre alla completa esenzione di incastellare gli abitanti rimasti nella contrada di Villamagna dopo la sua distruzione, con l'esclusione naturalmente di Matteo e di Forte.
Nel 1214 Forte di Offone, con numerosi atti notarili redattati tra luglio a settembre, donò all'abbazia di Fiastra la sua parte del castello di Villamagna insieme ad altri beni mobili e immobili; inoltre offrì il figlio Gentile come oblato nel monastero, dispose che la figlia Giovanna si sposasse secondo le intenzioni dell'abate e addirittura mise sé stesso nelle mani dello stesso abate di Fiastra. Nel luglio, Palmario di Ugolino e Panico, delegati all'esecuzione delle sue decisioni, immettono il monaco Scapolo e il converso Oriolo nel possesso di numerosi beni distribuiti tra Villamagna, Valle Curiale, Cessapalombo e Sanginesio. La donazione, che apparentemente può sembrare una resa completa di Forte nei confronti dell'abbazia di Chiaravalle, in realtà potrebbe essere interpretata come l'estremo tentativo di non perdere il controllo delle terre cedute ed evitare la deprecata sottomissione ad domini locali, come Gualterio di Abbracciamonte, con il quale tuttavia sia Forte che Giacomo di Matteo continueranno a mantenere rapporti, fino ad essere riconfermati, nel 1220, come castellani di Urbisaglia, ricevendone in cambio una solenne promessa di protezione. Un'altra ricostruzione ipotetica potrebbe essere che Forte sia caduto in una prostrazione fisica dettata dal una qualsiasi malattia, visto che ogni volta che compare nella documentazione successiva lo ritroviamo sempre nella sua casa dentro il castello di Urbisaglia e alla fine della sua vita stilerà un testamento lasciando come eredi altri figli, che non si ricollegano assolutamente a quelli citati nel documento precedente. Negli anni precedenti gli Offoni tutti avevano continuato a mantenere rapporti deferenti sia con il monastero di Chiaravalle di Fiastra, che con Tolentino.

Continua l'incertezza politica nella Marca
Mentre l'abbazia di Fiastra continuava ad estendere il suo territorio, si scontrò duramente con gli interessi contrapposti dei comuni limitrofi ed entrò in lite con alcuni uomini di Montemilone, suscitando l'intervento protettivo del pontefice Innocenzo III. La causa si concluse nel 1221 con la condanna di Montemilone da parte di Nicola, giudice per conto di Azzo VII d'Este, marchese d'Ancona e rettore pontificio, e riconfermata da Arnulto, giudice di Pandolfo, nuovo legato pontificio nel 1223.
Intanto si assisteva alla contemporanea presenza nella Marca di Azzo d'Este e del patriarca di Aquileia, delegato imperiale. Nel 1222 Gunzelino von Wolfenbüttel, nuovo vicario imperiale, e Bertoldo, fratello di Rinaldo duca di Spoleto, penetrarono con un esercito nella Marca effettuandovi feroci scorrerie; mentre Azzo VII d'Este non era riuscito assolutamente né a ricomporre solide tregue tra i litigiosi comuni, né a contrapporsi validamente all'esercito del vicario imperiale. Infatti, un suo intervento in favore di Macerata provocò la dura opposizione del vescovo di Fermo e di tutti i comuni del suo contado.

Continua la politica d'espansione di Tolentino
Frattanto, Forte e Jacopo, figlio del quondam Matteo, il 4 ottobre del 1225 riconfermarono a Tolentino i patti precedentemente sottoscritti, riservandosi i servizi di vassallaggio dei loro uomini in Villamagna. Inoltre lo stesso Jacobo, ormai avanti negli anni e senza prole, nel testamento del 1227 riconfermò le donazioni fatte dai suoi antenati all'abbazia di Fiastra, salvaguardando i diritti dotali della moglie e quelli promessi a Tolentino. Così, buona parte dei possedimenti degli Offoni sembravano in apparenza ormai confluiti definitivamente nel patrimonio del monastero di Fiastra.
Intanto procedeva con metodicità la lunga serie di incastellamenti perseguiti da Tolentino, che coinvolsero numerosi borghi rurali come Montenereto (1196), Agliano (1198), Villa Maina (1199), Colmurano (1204), Pitino (1205), Pieca (1210-1232), Urbisaglia (1213), Virgigno (1227) e singoli nobili rurali. Erano collegati non solo a mire di espansione territoriale, ma volti soprattutto ad incrementare la popolazione, ad aumentare l'influenza economica negli scambi commerciali nel mercato locale e a rafforzare la sicurezza militare e difensiva del castro.
La cessione di Pieca a Tolentino determinò una lunga serie di dissidi nella provincia tra Tolentino e Sanginesio, che si sentiva minacciata nel suo contado, anche perché successivamente a Tolentino venne ceduto e confermato Virgigno, un castro situato nelle immediate vicinanze di Sanginesio. Inoltre, era esplosa un'annosa questione per il possesso di Pitino tra Sanseverino, Tolentino e Camerino. Così si formò una stretta alleanza di interessi materiali tra Tolentino, Camerino e Montecchio, ma Sanseverino occupò con la forza la fortificazione, posta in posizione strategica per il controllo dei traffici commerciali lungo la valle del Potenza.
Frattanto, il 10 febbraio del 1228, Gualterio raggiunse un illusorio compromesso con Sanginesio, dopo che questi gli aveva distrutto il castro di Brugiano, presso Pian di Pieca, dove possedeva estesi appezzamenti. Promise di incastellarsi, insieme agli abitanti di Brugiano, in cambio della casa appartenuta al preposto di Pieca, tre modioli di terra entro il paese e di una vigna vicina alla sua. Non fu l'unico vantaggio acquisito da Sanginesio contro Tolentino. Infatti riuscì nel 1229 a farsi confermare da Rinaldo, duca di Spoleto, il possesso di Virgigno, di Pieca, di Isola e di ogni altra possessione tolta a Tolentino. Questi non attraversava un momento favorevole: i suoi possessi in Brancorsina, appartenenti al monastero di san Catervo, erano continuamente contesi ed acquisiti dal vescovo di Camerino, tanto che si pervenne a reciproche scomuniche. Così, fu promulgato l'interdetto ai Tolentinati che si recavano a pregare e ricevere i sacramenti nella chiesa di san Catervo. La scomunica venne tolta solo nel 1234 per interessamento di Ottone, rettore della Marca e cardinale di san Nicola del Carcere Tertulliano, dal pievano della chiesa di san Vito in Recanati.

Ancora alternanza tra lo strepito delle armi e la tregua di pace nella Marca
Mentre Federico II era in Oriente per la crociata, la Marca fu affidata a Rainaldo di Urslingen, che giungendovi occupò Montolmo e Macerata. La notizia dell'arrivo di un esercito al comando di Giovanni Brienne e del cardinale Giovanni Colonna, consigliarono ad Azzo VII di abbandonare la partita e di ritirarsi in Abruzzo, dove riunendosi con l'esercito di Federico II sconfisse i pontifici. E la Marca, abbandonata dagli imperiali, rimase sotto l'amministrazione papale del legato cardinale diacono Enrico da Parignano, e retta dal rettore Rainald. Con il trattato di san Germano, sottoscritto il 23 luglio 1230, Federico II riconobbe la Marca come patrimonio inalienabile della Chiesa e vi venne subito nominato, come rettore, il vescovo francese Milo Beauvais.
Nel decennio successivo la Marca godette di un relativo periodo di tranquillità, sia nella campagna che nei borghi, tanto che venne favorito un nuovo afflato religioso, mentre Montolmo approfittò della situazione per incastellare i Signori di Petriolo con tutti gli abitanti.
Nel 1238 Filippo, vescovo di Camerino, fu chiamato a dirimere una controversia sollevata da Gualterio contro Jacopo di Matteo e il monaco Manente, procuratore per l'abbazia di Fiastra, per il predominio territoriale su Villamagna. Il lodo finale stabilì che i monaci avessero in integro la terza parte della contrada, mentre a Gualterio fu riservata la restante parte, ma solo in enfiteusi.
Il conflitto tra il papato e l'impero, che era ripreso dopo la battaglia di Cortenuova del 27 novembre 1237, raggiunse livelli assai critici. Federico II, nel luglio del 1240, pose Ascoli Piceno sotto assedio e la saccheggiò. Nel novembre dello stesso anno Enzo (1224 c.a - 1272), figlio di Federico, continuò l'invasione della Marca e del ducato di Spoleto. Favorito dagli esuli maceratesi occupò Macerata e vi pose la sua residenza, mentre il vicario imperiale, Giacomo Morra, cercava di favorire tutti i comuni che passavano dalla sua parte. Più volte il cardinale Colonna cercò di recuperare la Marca al papato, ma venne contrastato e respinto prima presso la costa maceratese, poi traslocò con armi e bagagli nella opposta fazione imperiale.
Nel novembre del 1241, per i danni e le angherie subite Accurso, priore di Chiaravalle, denunciò al tribunale di Roberto di Castiglione, vicario imperiale, Pietro, figlio di Gualterio Abbracciamonte, che spalleggiato dai suoi seguaci aveva cercato di impossessarsi di un terreno situato lungo la strada del Massaccio. Questa è l'ultima testimonianza indiretta che Gualterio fosse ancora in vita. Gualterio è stato importante nella storia di Urbisaglia, avendola governata per più di cinquant'anni superando numerose traversie. Doveva avere una buona cultura giuridica e eminenti capacità diplomatiche se riuscì a conservare Urbisaglia libera ed indipendente e se aveva ricoperto la carica di podestà a Montecchio, come risulta dalla testimonianza giurata di un tal Saverio di Tebaldo in un processo svoltosi a Montecchio nel 1236.
Verso la fine del 1247, Marcellino, vescovo di Arezzo e legato pontificio, subì una completa disfatta nelle campagne tra Osimo e Civitanova da parte del vicario imperiale, Roberto di Castiglione: si ebbero più di 4 mila morti nell'esercito papale e lo stesso Marcellino, preso prigioniero nella battaglia, venne barbaramente trucidato.
Il nuovo legato, Rainerio, cardinale di santa Maria in Cosmedin, pose la sua sede in Tolentino nel gennaio del 1248. La sua presenza favorì non poco Tolentino che non tergiversò a lungo per perseguire e realizzare i suoi fini più reconditi. Il 26 marzo 1248, insieme a Camerino, Matelica, Sanginesio, Montemilone, Montecchio e Cingoli strinse un'alleanza solidale contro la parte imperiale (Osimo, Sanseverino, Fidesmido da Mogliano e i Signori di Falerone) per recuperare l'importante fortificazione di Pitino e per mantenere lo statu quo a Colbuccaro e Urbisaglia, con la riserva dei rispettivi diritti avanzati da Montemilone e da Tolentino. Il 20 agosto 1250 a Cingoli, gli imperiali costrinsero il Legato della Marca a darsi ad una precipitosa fuga; nel dicembre, Innocenzo IV (1190 c.a - 1254) con undici atti consecutivi concesse vari privilegi a Tolentino per mantenerlo saldamente fedele alla Chiesa, mentre la Marca era in pericoloso fermento contro di lui. Nella lettera del 20 dicembre, lo invitò a confiscare tutti i beni dei Signori di Urbisaglia, Pietro e Rosso e del loro nipote. Ma qualcosa si ruppe nella stretta alleanza tra il papato e Tolentino; infatti con una lettera del 23 dicembre Innocenzo IV improvvisamente revocò tutte le concessioni precedentemente elargite a Tolentino. Ma Tolentino troppo avanti nell'esecuzione del suo piano egemonico, dopo aver preparato il terreno con l'azione diplomatica e dando sfoggio di una violenza inusitata, attaccò di sorpresa Urbisaglia e Colmurano, approfittando della favorevole concomitanza per l'improvvisa morte dell'imperatore Federico II.
Nella cruda cronaca del processo, risulta che vi furono sanguinosi scontri al suono incitante delle clarine e con gli stendardi al vento, si uccisero gli uomini e violarono le donne, furono trafugati gli animali domestici, incisi gli alberi e incendiati i raccolti, le case e le fortificazioni, lasciando dietro di sé solo una scia di lacrime e sangue.
Terminò così una fase della storia di Urbisaglia, di poco successiva alla scomparsa di Gualterio di Abbracciamonte, significativo rappresentante di una casta di Signori rurali della Marca. Ma i patti, che firmarono i suoi successori, evidenziano la disparità delle forze poste a confronto: da un lato un piccolo borgo retto da Signori con gli occhi rivolti al passato e dall'altro i forti comuni, che si organizzarono secondo nuove regole più democratiche e forme di associazionismo innovative per la vita sociale di quei tempi.
Rimasero i figli, Pietro e Rosso, con il nipote Gualteruccio, figlio del primogenito Guarnerio, a contrastare la sovrastante potenza politica e militare di Tolentino.

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Dalla prima distruzione di Urbisaglia alla definitiva vendita a Tolentino
1251 - 1303

Urbisaglia distrutta cerca di rinascere
Iniziò in questo modo così violento un periodo confuso, caratterizzato da una significativa instabilità politica, nel quale prevaleva la legge del più forte. Il 10 gennaio, con le rovine di Urbisaglia ancora fumanti, un nutrito gruppo di impauriti Urbisagliesi fece atto di sottomissione innanzi alla chiesa di san Giorgio; il gesto venne ripetuto in pompa magna, il 6 giugno, nella chiesa di san Giacomo a Tolentino. Inoltre, furono stilati una lunga serie di atti notarili, volti a legalizzare de facto il possesso di Urbisaglia. Il 24 gennaio, il consiglio generale di Tolentino delegò il sindaco Giovanni Varcalacqua all'acquisto da Rosso della sua quota del castro. Nello stesso giorno fu stipulata l'atto vendita notarile nella chiesa di san Catervo. Si costrinse così Rosso di Gualterio a cedere la terza parte della proprietà e giurisdizione di Urbisaglia, che condivideva con il fratello Pietro e il nipote Gualteruccio. Con molta probabilità, Rosso era stato preso prigioniero nella sanguinosa sortita e rinchiuso in carcere per costringerlo a cedere i suoi diritti, come lasciano intuire i documenti. Oltre le solite promesse di incastellamento, i contraenti sottoscrivono la remissionem de omnibus maleficis, offensis et culpis et damnis datis. Rosso promise di non adoperarsi nella ricostruzione del castro; di lasciare il paese sempre disabitato e distrutto; ottiene inoltre 3.000 lire ravennati e anconitane, l'esenzione da tasse e la conservazione dei diritti di vassallaggio sui suoi uomini, il diritto edificare alcuni molini lungo il Fiastra e la revisione degli accordi, se Pietro e Gualteruccio avessero ottenuto condizioni più vantaggiose. Il primo marzo, Rosso fu costretto di nuovo a confermare le cessioni e ratificare in forma ancor più solenne i patti in precedenza stipulati.
Per incassare i risultati ottenuti, Tolentino strinse una nuova alleanza con Montecchio e Camerino, con la quale i contraenti si garantivano reciprocamente l'avvenuta spartizione per sfere di influenza: Camerino su Pitino, Montecchio su Appignano e Tolentino su Carpignano, Colmurano e Urbisaglia. Anche Grimaldo di Viviano fu piegato a vendere i due quinti di Colmurano, il 28 luglio, al prezzo di 7.000 lire ravennati e anconitane.
In questo processo di dominio di Tolentino, non tutto filò liscio come sperato, infatti Innocenzo IV, con una bolla del 18 agosto del 1251, intimò a Pietro, cardinale di san Giorgio al Velabro e rettore della Marca, di operarsi per la ricostruzione immediata di Urbisaglia in favore di Pietro e Rosso di Gualterio, e di Colmurano per Rinaldo, Jacopone, Uguccione, Berardo e Gualterio; sebbene Rinaldo di Andrea fu spinto a vendere, sia per sé che come procuratore del figlio Jacopone, la quarta parte di Colmurano al sindaco di Tolentino, Accatto di Giordano, per la somma di 500 lire, nel gennaio 1252.
Nonostante le ripetute petizioni presentate da parte di Tolentino e le numerose raccomandazioni papali, inoltrate al Legato della Marca di non molestare troppo la fedele Tolentino, il Papa emise infine una sentenza favorevole ai Signori di Urbisaglia, che rientrarono così nel pieno possesso del loro dominio, continuando però ad essere sballottati tra Tolentino, Sanginesio e Camerino. Probabilmente a causa della esplosiva situazione della Marca, divisa sempre tra impero e papato, la questione di Urbisaglia passò in secondo piano e si tentò di smorzarne i toni troppo polemici: infatti il papa invitò più volte il Rettore ad agire con equilibrio e sagacia, nella ricerca di eque soluzioni.
Nel frattempo, dal testamento di Ferro di Benedetto, abitante una volta a Villamagna ed allora residente a Colmurano, risulta documentata la presenza dei frati minori francescani in silva Urbisalie; probabilmente ci si riferisce alla selva in contrada di Monte Loreto, posta ai confini con Colmurano, dove sopravvivono ancora oggi le strutture di un monastero. Forse l'atto venne stipulato sotto la spinta dell'emozione per la vendita forzata di Colmurano; e non è casuale che vi fossero incluse numerose regalie all'abbazia di Chiaravalle di Fiastra, probabilmente considerato un baluardo equilibrato all'espansione violenta di Tolentino.
Ancora, il 21 gennaio 1253, il papa Innocenzo IV riconfermò al giudice Mercatante la sentenza del Rettore sulla doverosa ricostruzione di Urbisaglia in favore di Pietro, Rosso e Gualteruccio e lo invitò a proseguire nella trattativa. In conformità al mandato papale, il rettore della Marca, Gualterio, dopo aver convocato le parti con i loro procuratori legali e ascoltato le loro testimonianze, invitò il sindaco di Tolentino, Giovanni Varcalacque e Benvenuto Cantalamessa, in rappresentanza dei Signori di Urbisaglia, a trovare una pacifica soluzione per ricostruire il paese, lontano dallo strepito di un annoso processo pubblico. La ricostruzione sarebbe stata realizzata per due terzi a carico del pontefice (quelle di Pietro e Rosso) e per un terzo a spese di Gualteruccio. Per chiarire ogni dubbio, il Papa da Assisi, il lunedì 22 giugno 1253, rompendo ogni indugio, ingiunse al Rettore della Marca, Gualterio vescovo di Luni, a convocare i contendenti per comunicare le definitive scelte. La sentenza fu riconfermata da Giacomo, episcopum Portuensis, dopo che Tolentino di era appellata di nuovo alla sede Apostolica. Nonostante le chiari sentenze favorevoli ai Signori di Urbisaglia, il Papa nell'anno successivo, comunicò al Rettore della Marca di soprassedere alla multa di 500 lire per sedare gli animi dei Tolentinati, loro comminata nella condanna per l'invasione e per gli stupri perpetrati ai danni di alcune giovani urbisagliesi commessi da fanti e cavalieri nel proditorio e violento assalto militare.
Frattanto, nel 1254, Bernardo di Colmurano si convinse a vendere la sua quota del castro per 150 libbre, per una casa con casareno e una vigna, in Tolentino. Mentre, nell'anno successivo, il nuovo papa, Alessandro IV (?- 1261), tornò a sollecitare il rettore Rolando nel perseverare a concludere il processo, intentato contro Pietro e Rosso di Gualterio dall'abbazia di Fiastra, vertente sul possesso definitivo del manso affittato ad Alberico di Compagnone, in contrada di Brancorsina. Il rettore scrisse a Rolando, giudice e canonico di Anagni, per informarsi sull'iter della causa e per sollecitarlo a condurla in porto nel più breve lasso di tempo.
La decisa ricostruzione di Urbisaglia si trascinò ancora per diversi anni, tanto che il 15 ottobre 1256 il consiglio generale di Tolentino nominò a sindaco Filippo di Petriolo per resistere ancora nella causa contro Pietro, Rosso e Gualteruccio. Dal documento si scopre che alla distruzione di Urbisaglia parteciparono numerosi cittadini di Colmurano e di Montenereto, insieme ad alcuni fuoriusciti di Urbisaglia, rifugiati a Tolentino. Il sindaco si accordò con il procuratore avversario nel delegare al preposto di san Catervo, don Jacobo Moricotti, per dirimere la questione con un arbitrato, al di fuori del tribunale papale. La sentenza, emessa il 7 novembre dello stesso anno, stabilì: che si rispettassero i patti sottoscritti da Gualterio; che si rimettessero le reciproche offese fatte e subite; che si concedesse per due volte la carica di podestà di Tolentino, con un salario di 1.000 lire, ai signori di Urbisaglia, Rosso e Pietro, e di 50 lire per i loro ufficiali; che Urbisaglia non potesse incastellare gli abitanti di Colmurano, Montenereto e Tolentino; che gli Urbisagliesi già incastellati a Tolentino, se lo desideravano, potessero ritornare liberamente al paese; che i Signori di Urbisaglia ottenessero 150 lire a risarcimento delle spese di viaggi effettuati e per il soggiorno durante la causa in Assisi; e soprattutto si annullassero tutti i documenti notarili riguardanti le precedenti vendite. I contendenti accettarono la sentenza e si scambiarono le rispettive promesse per la sua esecuzione alla presenza di numerosi notabili della provincia.
Infatti, nel 1258 Gualteruccio, divenuto nel frattempo maggiorenne, confermò i patti sottoscritti dagli zii, mentre Pietro esercitava la podesteria in Tolentino, trattando con il sindaco Jacopo di Bartolomeo la cessione della sua quota parte. Anche Uguccione di Colmurano cedette la quinta parte del castro per 400 lire, una casa e un molino. Nello stesso tempo, il 4 luglio, Rosso, Pietro e Gualteruccio si divisero in parti uguali le proprietà di famiglia. Nel documento risulta una precisa descrizione di Urbisaglia in questo periodo con le sue case, le chiese, le mura, il borgo, i molini, i pascoli e le vigne. Inoltre, nel documento si accenna ad una contrapposizione tra il vecchio borgo e il nuovo, costruito ai vertici della collina. Questo lascerebbe supporre che si sia dato inizio alla ricostruzione del nuovo borgo sul vertice della collina, o forse ad un suo notevole ampliamento urbanistico.

Continuano le guerre tra i comuni marchigiani
Si avvicendarono nella Marca Annibaldo di Trasmondo, nipote di Alessandro IV, e i vicari di Manfredi di Svevia ( 1232 - 1266), Percivalle D'Oria d'Aversa, che distrusse Camerino nel 1259 e ricostruita poi da Gentile da Varano, e Enrico da Ventimiglia. Inoltre, Sanginesio venne condannata per le cavalcate perpetrate contro Ascoli, Tolentino e Belforte, mentre viene esortata a prendere le armi contro Offida e Fermo. Sia dai rettori della Marca che dai vicari imperiali venne concesso a Tolentino di distruggere Belforte e incastellarne gli abitanti nel 1260. Negli anni successivi Tolentino riuscì a sottomettere Santangelo e Montenereto; mentre Montolmo distrusse violentemente Petriolo e ne incastellò i superstiti abitanti, compresi quelli originari di Colbuccaro. Infatti, i comuni più forti approfittarono delle varie vicende, nella disputa di potere tra il papato e l'impero, per estendere continuamente il proprio dominio sui territori limitrofi: Macerata su Lornano; Camerino su Caldarola e altre piccole ville (Rocchetta, Dignano, Fiuminata, ecc.); Sanginesio su Poggio dell'Acera, Cerreto, Colonnalta, Colle, Morico e Montalto.
Dopo la definitiva sconfitta di Manfredi a Benevento e la triste fine di Corradino di Svevia (1252 - 1268) a Tagliacozzo, venne stipulata la pace tra l'impero e il papato mettendo fine alle lotte per la supremazia, e la Chiesa si trovò a governare sulla Marca, al cui governo i papi inviavano un Legato o Rettore. nominato per un periodo da uno a quattro anni, e per compiacere gli Angioini furono in genere dei laici a partire dal 1268, mentre Innocenzo III aveva preferito altissimi ecclesiastici, spesso cardinali. Ai rettori per le questioni temporali, con a lato delle corti d'appello per le cause provenienti dalla provincia, si affiancarono dei rettori in spiritualibus, per utilizzare le armi spirituali contro i ribelli, e dal 1972 comparvero anche i tesorieri per amministrare le finanze, scorporando la competenza da quelle generali dei rettori. Dal 1978 si tennero anche dei parlamenti provinciali, soprattutto per definire la tallia militum, il riparto delle spese militari, ma il consenso si riduceva di solito ad una presa d'atto di decisioni prese dall'alto e presentate dal rettore.

Tolentino non demorde dalle sue mire su Urbisaglia
Trascorsi pochi anni, Tolentino tornò alla carica nelle sue aspirazioni espansionistiche. Risulta, infatti, una pesante condanna per 10.000 lire anconitane e ravennati, emessa dal giudice generale della Curia Gentile da Osimo e dal Rettore della Marca, Fulko de Podio Riccardi, a Tolentino per aver bruciato di nuovo il castro di Urbisaglia, con la partecipazione di fabbri guastatori delle porte e un gruppo di fuoriusciti banniti (perché colpiti dal bannum 'bando' di carolingia memoria), portandovi distruzione e morte, il 5 ottobre. Il fatto provocò immediatamente la reazione interessata di Camerino e Sanginesio. Lo stesso Rettore, inoltre, mise Urbisaglia sotto la protezione di Sanginesio, obbligandolo a inviare un sergente con una guarnigione a guardia del paese, mentre si istruiva l'istruttoria per la ripetuta distruzione di Urbisaglia. Il fuoriuscitismo, che fu un fenomeno diffuso, palesa l'incapacità di garantire un'ordinata competizione politica nelle città. Esprimeva, in ultima istanza, la sola superficiale adesione alla civiltà del principio maggioritario, che avrebbe imposto di seguire i voleri della maggioranza. La faziosità politica e la parzialità dei sistemi di promozione dei gruppi dirigenti il comune, pur avanzatissimi essendo i più democratici del tempo, riempirono di banditi per motivi politici le città italiane, alimentando una specifica trattatistica giuridica sui complessi problemi legali che essi suscitavano in quel mondo di piccoli e piccolissimi stati, ognuno con il suo statuto e la sua legislazione.
Quasi certamente in questo periodo va collocata la notizia che frate Giovanni, provinciale degli Agostiniani della Marca, concedesse al suo monastero di Tolentino di nominare, come cappellano nella chiesa di san Giorgio in Urbisaglia, un nipote di Accorambono da Tolentino, poiché Rosso e Fidesmido avevano ceduto agli agostiniani il diritto di juspatronato sulla chiesa per una sola volta.
Nell'ottobre del 1276, Pietro e Rosso fecero atto di sottomissione a Teodorico Aldrovandi, sindaco di Camerino, che si era alleato con Sanginesio contro i tentativi di espansione territoriale perseguiti da Tolentino. I derelitti Signori di Urbisaglia si impegnarono all'omaggio annuale di un palio di seta da consegnare nelle feste patronali di Camerino e di Sanginesio, oltre alle solite norme di incastellamento e di perseguire la pace o la guerra, secondo i dettami delle autorità cittadine del momento. Il protettorato interessato perdurò per circa dieci anni, come risulta dalla comunicazione spedita ai maggiorenti di Camerino, perché inviassero due sergenti a guardia del castro nel 1285.
La politica di espansione di Tolentino aveva ottenuto, intanto, un positivo risultato con il conclusivo acquisto di Montenereto da Guidone e Vicomanno nel 1270, accerchiando ancora di più il territorio di Urbisaglia. Qualche anno dopo, per stroncare ogni possibile ribellione, suscitata dall'indomita e fiera indole degli abitanti, il castro venne completamente distrutto. Ad altro risultato positivo Tolentino pervenne con la definitiva acquisizione di Colmurano, iniziata nel 1204 e conclusa nel 1272, con l'ultima quietanza rilasciata da Pietruccio di Berardo di Offone e da Uguccione di Gualtiero, gli ultimi Signori di Colmurano.

I signori di Urbisaglia continuano a dividersi proprietà e giurisdizioni
Il 12 luglio 1285 è documentata la morte di Rosso e di Pietro. Nella pergamena, che tratta della divisione dell'eredità di Rosso, è possibile ricostruire la loro discendenza. Rosso aveva sposato donna Adisia e dal loro matrimonio nacquero cinque figli: Druda, Clara, Tommasia, Federico e Avia; questi ultimi due probabilmente erano già morti prima del padre. Infatti, Giovanni Pallariense di Ancona, in qualità di marito di Druda e padre dei loro figli Jacobo e Lendesina, ottenne la procura anche per gli interessi di Clara e della nipote Aldiscola, orfana di Federico. La delega ricevuta riguardava la cura legale nella divisione dell'eredità di Rosso dagli eredi di Pietro: Fidesmido e Nuzio. L'atto fu stilato sul sagrato della chiesa di san Giorgio, dopo che era stato emesso un laudo d'arbitrato. L'esteso patrimonio di terre e il vassallaggio di numerosi uomini venne spartito in due parti uguali ed assegnato estraendo a sorte sia la proprietà che il possessore. Successivamente, il 19 marzo 1286, Fidesmido sottoscrisse un altro atto notarile per la divisione delle proprietà e degli immobili dagli altri parenti più prossimi. Nel frattempo, Fidesmido non si poteva muovere molto liberamente nel territorio della provincia facendolo a suo rischio e pericolo, infatti nel 1289 un certo Arnoldo di Pietruccio da Tolentino fu condannato dal rettore Giovanni Colonna alla multa di 25 lire per averlo percosso e ferito il suo cavallo, durante una lite.
Il 12 dicembre 1290, alla presenza di tutte le religiose del monastero di san Giovanni di Sanginesio, appartenenti alla nobiltà dei comuni limitrofi, fu designato come procuratore per Tommasia di Rosso, il cappellano don Corrado di Berardo, delegandolo a vendere la quarta parte dell'eredità di Rosso percepita dalla monaca a Rainaldo di Falerone, padre di Fulchitto e marito di Lendesina, e a Filippo marito di Clara al prezzo di 600 lire ravennati e anconitane. Nel documento si impugna anche un lodo effettuato da Gualterio domini Angeli de sancto Genesio e un compromesso mediato da Matteo domine Camerine come sindaco dello stesso monastero con Fidesmido.
La proprietà terriera dei Signori di Urbisaglia fu frazionata così tra i diversi legittimi eredi, ma il potere politico era rimasto intatto e ben saldo nelle mani di Pietro, anche come tutore di Nuzio, i quali si rivolsero al Papa per ottenerne la formale conferma, come risulta da una pergamena del 15 marzo 1291, in cui Niccolò IV (inizio sec. XIV - 1292) confermò loro in perpetuo il dominio e la facoltà di giudicare le cause criminali e civili nel territorio di loro giurisdizione.

La vacatio del soglio di Pietro spinge Tolentino a tentare di nuovo la conquista di Urbisaglia
L'improvvisa scomparsa del Papa gettò lo stato della Chiesa in un caos indescrivibile. Furono necessari due anni di conclave per eleggere Celestino V (c.a 1210 - 1296), il frate eremita Pietro da Morrone, che poco tempo dopo rinunciò alla tiara pontificia e per questo Dante, ostile al successore Bonifacio VIII (1235 c.a - 1303), non risparmiò al vecchio eremita, che fece per viltate il gran rifiuto, l'epiteto di ignavo e il vestibolo dell'Inferno.
Così agli inizi del 1293, Tolentino, per nulla dissuaso dalle numerose bolle papali contrarie, attaccò Urbisaglia, occupando militarmente la rocca e il castello e decapitando il castellano. Una lettera posteriore del rettore della Marca Gerardo, vescovo sabinense, così ricorda l'episodio: mentre Fidesmido dominava pacificamente e quietamente il castro, gli uomini di Tolentino radunato un esercito con il contributo di quelli di Sanseverino, assalirono i castro nonostante gli inviti contrari fatti dai giudici e maniscalchi del Rettore. Espugnarono Urbisaglia, catturarono Fidesmido, contro il diritto e la giustizia lo spogliarono delle sue proprietà, e lo incarcerarono. Con la forza e la costrizione lo ricattavano continuamente alla vendita. Per gli accorati ricorsi presentati da Fidesmido alla Curia, gli restituirono il castro e le sue proprietà, ma conservarono il costantemente controllo militare delle mura e della rocca.
Il 5 ottobre il consiglio generale di Tolentino nominò Buongiovanni di Tommaso Passiani alla carica di sindaco per conseguente e scontato acquisto di Urbisaglia.
Nello stesso giorno vennero stilati la promessa di pagamento e l'atto di vendita da parte di Fidesmido e delle altre nobildonne Margherita, Clara e Lendesina (rappresentata dal padre Giovanni Pallariense) al prezzo di 10.000 lire di Ravenna e di Ancona. Inoltre, Tolentino si premurò di acquistare alcune case al proprio interno per donarle a Fidesmido e obbligarlo così ad incastellarsi e risiedervi. Forse, Fidesmido aveva necessità di soldi, poiché nello stesso giorno le rivendette a tal Francesco di Biagio.
Risulta in questo stesso anno, il giorno 6 agosto, anche una pergamena che riporta un atto di vendita sottoscritto da Fidesmido ad alcuni privati cittadini di Tolentino: Salimbene di Marino, Corrado di Palmiero, Giacomo di Salinguerra e Caniccolo di Matteo. Su questo documento, che tutto concorre a farlo presumere un falso storico, ci ritorneremo sopra di qui a breve in modo più esteso.

Ancora cause davanti i tribunali della Curia tra Tolentino e i signori di Urbisaglia
Ancora, nel giorno 11 febbraio del 1294, Tolentino presentò ricorso contro la condanna in contumacia per le spedizioni di guerriglia condotte contro gli abitanti di Urbisaglia, di Sanginesio, di Belforte e di Ripe, alla multa di 10.000 marche d'argento dal giudice generale Ghisenti da Gubbio e dal rettore della Marca Raimondo, vescovo di Valenza. Nel ricorso si sosteneva che Tolentino non si era presentata poiché, in quel periodo era in contrasti civili e militari con Macerata, tali da non garantire l'incolumità diplomatica dei suoi ambasciatori. Mentre nella sentenza si affermava che Fidesmido fosse detenuto illegalmente in catene, onde fagocitare la sua resistenza e a rinunciare volontariamente ai propri diritti di possesso. Così la vendita precedente, effettuata sotto la costrizione del carcere, venne di nuovo annullata.
Dopo la condanna, i rappresentanti di Tolentino si presentarono al tribunale di Macerata per inoltrare un'istanza d'appello al Papa conoscendo bene che il soglio pontificio permaneva sempre vacante; ottennero solo di essere arrestati e imprigionati. Allora, il 22 agosto del 1294, ripeterono la stessa richiesta, comprendendovi anche l'appello per la condanna ricevuta in occasione dell'assalto a Sanginesio, dove avevano ucciso il podestà, a frate Tommaso, priore del monastero di sant'Agostino in Tolentino. All'atto, stilato dal notaio Bartolomeo Nicolutii era presente, tra altri monaci, un certo frate Nicola, citato per primo tra i numerosi testi. Quasi certamente si tratta di san Nicola da Tolentino (1245-1305), che venne canonizzato nel 1325, il cui processo di santificazione ci fornisce notizie utili e interessanti per la storia di Urbisaglia e uno spaccato vivace e realistico della società del tempo. Infatti negli atti viene riportata, oltre alle numerose testimonianze sulle attività spirituali svolte da san Nicola nel circondario di Urbisaglia, la notizia che la stessa moglie di Fidesmido, Pluccheneve, recuperasse l'uso della vista per l'intercessione del santo, mentre questi celebrava rapito la messa sull'altare del suo convento in Tolentino.
Intanto, il 16 maggio Clara e Lendesina sottoscrissero una convenzione con Tolentino per la vendita della loro quota del castro di Urbisaglia. Negli anni successivi rilasciarono innumerevoli quietanze per esigue cifre di denaro, l'ultima da parte della sola Clara si effettuò nel 1298. Probabilmente le somme venivano devolute in cambio per il riscatto dalle servitù consuetudinarie dei suoi vassalli, certamente già incastellati in Tolentino, e per sanare queste situazioni di fatto.
Il 3 dicembre dal consiglio generale venne eletto il procuratore incaricato della riconsegna, nelle mani di Giovanni Iscronano e Berardo de Pepito, famigli del Rettore della Marca Gentile di Sangro, del castro di Urbisaglia occupato militarmente, dopo che Tolentino aveva ricevuto l'ingiunzione per la restituzione. Inoltre, il 16 gennaio 1295, Buongiovanni Zocchi, sindaco di Tolentino, si recò a Montolmo, sede allora del Rettore della Marca, per saldare con acconti le varie multe subite e per dilazionare il più possibile i pagamenti residui. Poiché Tolentino era ribelle alla Chiesa, alcuni notabili locali garantirono la consegna al tesoriere Uberto di 1.000 fiorini nella domenica successiva e di 3.000 alle calende di febbraio. Nell'atto viene descritto l'assalto a Urbisaglia: gli uomini di detto castro (Tolentino) insieme e singolarmente, in modo ostile, suonando campane e trombe, con vessilli e bandiere spiegate, con le armi necessarie ad un esercito fecero una sortita e si avvicinarono a piedi e a cavallo al castro di Urbisaglia, soggetto alla Chiesa Romana. E con violenza entrarono nel castro e assediarono la rocca o arce percuotendo e ferendo gli uomini che vi erano, e dopo un po' li debellarono. Inoltre, vennero bastonati Lambertuccio Adacani, che ricopriva la carica di castellano, i suoi sergenti Agostino Pasculis e Buongiovanni Salonis, insieme con il notaio Peduzio. La difesa del castro e la custodia della rocca vennero affidate dal Rettore provvisoriamente a Gentile di Nicola, sindaco incaricato da Sanginesio, sotto la protezione del quale Urbisaglia era stata posta, il 28 febbraio del 1295.
Inoltre, il Rettore convocò, sotto pena della scomunica in caso di contumacia, Margherita e Clara presso il tribunale di Macerata. Le due donne si presentarono per giustificare il comportamento assunto durante la forzata vendita di Urbisaglia e per dimostrare i titoli legali del possesso del castro; ottennero così l'assoluzione e rimesse libere.
Contemporaneamente, il 1 marzo, Clara delegò un procuratore legale a rappresentarla in una lite giudiziaria contro Fidesmido, agevolando così Tolentino. Nel maggio, la Curia di Macerata nominò una commissione d'indagine sulla causa vertente tra Fidesmido e Tolentino; che vedendo la male parata presa dagli avvenimenti si appellò direttamente al giudizio del Papa. Infatti, il 14 luglio, furono eletti i procuratori e gli avvocati da inviare a Roma per una soluzione positiva dell'annosa causa.
Il rettore della Marca, Federico vescovo di Ferrara, il 7 agosto, assolse Sanginesio dalla condanna subita per essersi rifiutata di riconsegnare il castro alla richiesta di un suo ambasciatore. Infine, essendo oramai la questione divenuta un affare troppo importante e che per giunta iniziava a sconvolgere i precari equilibri dell'intera provincia a causa dei numerosi comuni coinvolti, il 26 novembre, il nuovo papa Bonifacio VIII avocò direttamente a sé la causa giudiziaria per ricreare un clima politico più tranquillo e contemporaneamente per guadagnare tempo. Dopo una protesta di Tolentino per non far decorrere i termini del ricorso, il processo venne iniziato il 16 dicembre. Il 28 febbraio del 1296, il consiglio di Tolentino scrisse delle lettere al Curia di Macerata, inibendogli di intromettersi nella causa con Fidesmido e di limitarsi alla semplice citazione dei testimoni davanti ai tribunali romani. Infatti, il 5 aprile, Corradino Meliorati, venne eletto come procuratore giudiziario per recarsi a Roma davanti a Bonifacio VIII, per la causa in corso. Nell'occasione, astutamente, si propose di saldare anche alcuni vecchi censi, che si dovevano versare da lungo tempo alla Curia.
Le notizie, che i documenti riportano, ci danno un quadro della situazione nel 1296 molto confusa e intricata. Sembrerebbe che a Tolentino un gruppo di persone inaffidabili abbia raggiunto le massime cariche del governo cittadino. E attraverso violente intimazioni cercava di forzare la mano al Papa per farlo trovare di fronte al fatto compiuto nella causa con Fidesmido. Infatti, il 23 aprile il consiglio generale di Tolentino venne convocato per eleggere alla carica di sindaco Buongiovanni Zocchi, delegandolo all'acquisto di Urbisaglia da Salimbene di Marino, Caniccolo di Matteo, Giacomo di Salinguerra e Corrado di Palmiero. Risultava agli atti che questi nobili avessero acquistato Urbisaglia da Fidesmido fin dal 1293. Quasi sicuramente quel documento è un falso e fu creato con la compiacenza di alcuni notai per convincere il tribunale di Roma della correttezza giuridica e del pieno diritto di proprietà esercitato da questi nobiluomini. In periodi storici come questo, pieni di confusione e contrasti e con il governo centrale lontano e debole, non era raro il ricorso a questi maneggi per legalizzare atti di forza intrapresi dai più intraprendenti. L'atto di vendita venne stilato nello stesso giorno davanti al podestà Tancredi Albrici da Spoleto, pagando 10.000 lire ravennati e anconitane. Ma il 28 aprile, Rainaldo da Milano, auditore delle cause in Roma, comunicò a Giovanni canonico della pieve di santa Maria di Tolentino, la conferma delle multe inflitte ai Tolentinati dal rettore della Marca Gentile di Sangro: 1.000 lire d'argento perché distrusse e fece distruggere il castro, le case, il girone di Urbisaglia e altri beni nelle possessioni di Fidesmido; 200 lire d'argento perché detenesse carcerato Fidesmido contro la sua volontà per costringerlo alla vendita dei suoi beni; 10.000 lire d'argento perché predictum comune deliberatione prehabita universaliter et singulariter more hostili pulsata campana et tubis cum vexillis et banderiis et armis ad exercitum opportunis equitasse et accessisse equester et pedester ad castrum Orbisalie et ipsum castrum per violentiam intrasse et occupasse casserum seu arcem ipsius castri obedisse percutiendo et ledendo homines qui ibi erant et ipsum postea debellasse; quasi identici resoconti ripetuti per Camporotondo, Belforte, Serrapetrona e Sanginesio; altre condanne per ribellione alla Chiesa, ruberie ai mercanti transitanti nel loro territorio, stupri e ruberie con incendi di case; e soprattutto condanne specifiche agli stessi nobili che figurano come proprietari nell'atto di vendita di Urbisaglia, quello che consideriamo falso. L'atto è importante per comprendere la caotica situazione politica e sociale del momento a Tolentino. Oltre alla sentenza di condanna definitiva per la lite con Fidesmido, vi sono allegate altre pesanti condanne riguardanti tutti i testimoni e i protagonisti che comparivano nell'atto di vendita incriminato e negli altri atti comunali del periodo, chiarendo definitivamente che erano magistrati e rappresentanti di quella comunità. I fatti si potrebbero interpretare in questo modo: alcuni cittadini di Tolentino si erano impadroniti con la forza del castro di Urbisaglia e quindi lo avrebbero rivenduto tranquillamente alle autorità costituite, di cui loro erano parte integrante. Si sapeva bene che Roma era distante e le cose più sono ingarbugliate più sono difficili da comprendere e dipanare da lontano.
Frattanto, il 13 luglio, venne ingiunto alla comunità urbisagliese ad accogliere con benevolenza il notaio inviato dalla Curia, che precedentemente era stato apostrofato con male parole, minacciato con le armi e scacciato con ignominia da alcuni cittadini, probabilmente delusi dell'operato della curia.
L'11 settembre il castellano di Urbisaglia, Bartolomeo Albertuzii di Santa Maria in Giorgio, rilasciò una quietanza di 96 lire ravennati a Gentile Vignati, sindaco di Tolentino, per la custodia del castro e della rocca di Urbisaglia, che aveva presidiato insieme ai suoi sergenti dal maggio precedente fino a quel giorno. Mentre, il 19 aprile e il 16 settembre del 1297, le autorità amministrative di Tolentino continuarono a sottoporre nuove petizioni e suppliche a Bonifacio VIII per ottenere una rapida soluzione della costosa vertenza.
Frattanto, il giorno 20 giugno, Clara di Rosso promise a Buongiovanni Petrelli, sindaco di Tolentino, di affrancare tutti i suoi vassalli residenti ad Urbisaglia, insieme a quelli della sorella Tommasia, monaca a Sanginesio, ricevendone in cambio 625 lire ravennati e anconitane. Fidesmido, invece, navigava quasi sicuramente in brutte acque finanziarie, tanto che dovette chiedere e prendere a prestito da Pietro Scotto, giudice a Sanginesio, la bella somma di 700 fiorini d'oro, dando probabilmente come garanzia le sue numerose proprietà in Urbisaglia, delle quali certamente non aveva alcuna possibilità di disporre liberamente.

La diplomazia di Tolentino finalmente raggiunge lo scopo di sottomettere Urbisaglia
L'influenza diplomatico-militare di Tolentino si sviluppò in modo sempre più continuo e pressante, finché tramite accordi politici e patti militari con altri comuni l'intera provincia fu divisa in vere e proprie sfere di competenza. In questo contesto, Urbisaglia era un fragile vaso di coccio in mezzo a vicini divenuti troppo potenti. Dopo varie vicissitudini, assedi e guerricciole e un lungo brigare, Tolentino era riuscita nel suo intento di entrare definitivamente in possesso del borgo con il consenso di Camerino, di Sanginesio e soprattutto dei Varano, che avevano principiato ad esercitare quasi una vera e propria signoria su queste zone. Nell'archivio storico di Tolentino esistono ancora tutte le pergamene delle deleghe e degli atti di vendita riguardanti Urbisaglia.
Il 19 settembre del 1303 cominciarono le danze delle varie vendite. Il consiglio generale di Sanginesio attraverso il sindaco Marino Johannini e il podestà Corrado Magalotti di Montecchio rinunciò a tutte le proprie pretese sopra Urbisaglia in favore di Camerino. Il 15 ottobre il consiglio di Camerino nominò Andreolo di Angelo come sindaco per rivenderla a Tolentino, alla presenza del podestà Paolo di Corrado da Branca e fece pressione su di Fidesmido condonandogli un oneroso debito, contratto insieme a Roberto de Montecchio, per la bella cifra di 1.400 fiorini aurei nei confronti di Sanginesio e Camerino. Il 16 ottobre fu il consiglio generale di Tolentino ad eleggere il sindaco Berardo Corradi Gualfredi. Quindi il 18 Ottobre Camerino cedette i propri diritti sopra Urbisaglia a Sanginesio e questi a sua volta li rigirò a Tolentino. Così finalmente Tolentino poté concludere l'affare, acquistando Urbisaglia da Fidesmido con il consenso di Camerino, di Sanginesio e del rettore della Marca. Nello stesso giorno fu stilato l'atto di vendita, alla presenza dei sindaci di Camerino e di Sanginesio, di Antonio, rettore della Marca e vescovo di Fiesole, di Rodolfo e Berardo di Gentile da Varano, di Berardo vescovo di Camerino, di Accorambono di Tolentino, di Giovanni Gualteruccio di Loro, di Roberto da Montecchio, di Accorambono di Caldarola e altri nobili tolentinati e non. Con impressionante solennità e pompa magna, nell'affollata piazza grande del comune, sotto lo sguardo accondiscendente dei potenti della provincia, Fidesmido di Pietro, signore di Urbisaglia, concesse ogni diritto su Urbisaglia al podestà di Tolentino Napoleone Cardinali e al sindaco Corrado Gualfredi, di sua propria, semplice, spontanea e libera volontà, come riporta ironicamente il documento, ricevendone in cambio la non modica somma di 15.000 libbre ravennati e anconitane, di cui 4.000 consegnate subito e le altre nei futuri 11 anni nel giorno di Ognissanti. Vengono salvaguardati i diritti dotali della moglie di Fidesmido, Pluccheneve e quelli di Gilberto da Petriolo. La citazione dei pretesi diritti questo nobile, per altri versi sconosciuti, suffragano l'ipotesi di un indebitamento sostanzioso, a cui era stato costretto Fidesmido poiché non poteva attingere liberamente all'uso delle proprie sostanze requisite in Urbisaglia in questi anni.
Nello stesso giorno vennero sottoscritti anche i patti segreti tra Fidesmido e il comune di Tolentino: esenzione per sé e i suoi discendenti da ogni ossequio e tassa per i ponti, le strade e le fortificazioni; facilitazioni nell'acquisto di una casa a Tolentino con vigna e orto; l'obbligo di partecipare alla difesa di Tolentino con due cavalli; il divieto per gli altri e l'esclusiva per lui di poter edificare molini, gualcherie o frisculi lungo il Fiastra e l'Entogge; l'obbligo per gli abitanti di Urbisaglia di macinare il grano nei suoi molini; il diritto esclusivo alla sua famiglia di nominare i rettori sulle chiese di juspatronato; la restituzione delle sue proprietà usurpate dai vassalli durante la lite giudiziaria e il riconoscimento della proprietà delle case situate fuori dal girone; l'obbligo di risiedere a Urbisaglia e che la sua abitazione non venisse fortificata; la garanzia che alcuni suoi seguaci venissero esentati dall'obbligo di militare nella milizia di Tolentino; la licenza di poter portare armi per sé e quattro suoi famigli; il permesso di poter costruire un vallato e un molino nuovi, e di poter riscuotere le gabelle e le dative arretrate; l'impegno di contribuire allo stipendio del podestà di Urbisaglia e dei suoi ufficiali e giudici; inoltre si riserva la proprietà dei ruderi, affioranti sopra a terra.
Immediatamente, il rettore della Marca fece stilare l'atto di approvazione, giustificandolo con l'affermazione di voler evitare situazioni irrisolte di dissidio tra i comuni di Tolentino, Camerino, Sanginesio e Montecchio e ordinò a Fidesmido di presenziare alla cerimonia ufficiale di presa del possesso di Urbisaglia da parte di Tolentino. Infatti, il 21 ottobre, Fidesmido e il sindaco di Tolentino, Corrado Gualfredi, alla presenza degli altri sindaci dei comuni interessati e dei nobili presenti all'atto di vendita, si passarono le consegne del possesso davanti alla popolazione riunita nel borgo e nel girone di Urbisaglia. Nello stesso giorno, Fidesmido rilasciò una quietanza per l'acconto di 4.000 lire ravennati e anconetane. Poi il 5 novembre si premurò di attestare che Tolentino gli doveva altre 2.000 lire pro cavalleria et datio, senza alcun pregiudizio sulla somma totale pattuita nella vendita.
Il 22 ottobre, con il popolo riunito nella piazza presso la chiesa di san Giorgio, i cittadini di Urbisaglia fecero atto di sottomissione a Tolentino e per rendere più convincente e pubblica la nuova situazione, la procedura venne ripetuta una settimana dopo anche a Tolentino, nella piazza antistante la chiesa di san Catervo.
Il 16 novembre il Rettore della Marca riconfermò con sollievo la confederazione, rinnovata tra Camerino, Sanginesio, Tolentino e Montecchio per superare le discordie, che erano sorte dalla esplosiva situazione di Urbisaglia, e pacificare contestualmente l'intera provincia.
Si concluse così miseramente la lunga epopea, che aveva portato Urbisaglia a resistere con tutti i mezzi leciti contro lo strapotere e la prepotenza dell'invadente vicino. Il comune di Tolentino solo con l'ausilio delle autorità superiori, i Varano e il rettore della Marca, riuscì nel suo intento arrivando perfino a fare carte false (nel senso letterale del termine) per perseguire i suoi fini di espansione. Indubbiamente se la sottomissione di Urbisaglia a Tolentino aveva cancellato il suo nome dal novero delle Terre murate autonome, tanto da non risultare nelle costitutiones Egidiane, i suoi cittadini si ritrovarono più liberi e non gravati dalle imposizioni dei vecchi Signori. Si concluse un epoca, caratterizzata dal lento risorgere dalla profonda decadenza dell'alto medioevo. Infatti il XII e XIII furono indubbiamente secoli di forte espansione economica; perché essa volle dire mobilità sociale e tensioni politiche e istituzionali accentuate. Basterà pensare ai rapporti fittissimi tra città e campagna, economici, ma di nuovo anche sociali per l'inurbamento massiccio, anche forzato, come mai prima si era avuto, e quindi anche politici e istituzionali; o alla competizione tra le città - che non fu meno dura di quella tra Comuni e Impero - per la conquista del territorio circostante, che comportava guerre, ribaltamenti di alleanze, modifiche profonde nelle strutture dei mercati; o ai prelievi fiscali, ora per la prima volta di grande entità, necessari per mobilitare schiere armate e fortificare ovunque.

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Dalla vendita a Tolentino al periodo di Francesco Sforza
1303 - 1447

La Marca nello Stato della Chiesa
Seguirono anni di tumulti, anche perché la situazione sociale e politica non si era completamente stabilizzata, ma continuavano i tentativi di espansione e di egemonia dei Comuni più grandi in assenza di un controllo forte da parte dello stato centrale. In questa complessa fase storica, si vennero imponendo nuove forme di produzione e nuovi rapporti sociali, basati su un'economia mercantile, monetaria e cittadina, accanto e in contrapposizione all'immobilismo di una economia agraria, alla supremazia dei Signori del contado e alla rigida gerarchia dei rapporti feudali. Lo Stato pontificio non si era formato in seguito ad una conquista violenta imposta da un vincitore, ma erano state le singole città che per sottrarsi all'autorità imperiale si erano poste sotto il dominio della Chiesa riconoscendone liberamente il potere.
Nello Stato della Chiesa, dove mancava ogni stabile raccordo fra stato e famiglia regia, dove il sovrano era elettivo, anziano e quindi in genere al potere solo per brevi periodi, dove era assente un solido tessuto di fedeltà feudo-vassallatiche, dove ufficiali e personale burocratico erano per lo più di condizione chiericale e largamente proveniente da regioni esterne alla Stato, insomma in questa sorta di monarchia elettiva e collegiale, il governo centrale aveva stretta necessità della collaborazione e dell'appoggio delle oligarchie locali. In nessun modo i papi intendevano minarne il potere e la salda egemonia sul corpo sociale: che i nobiles viri continuassero a trarre le risorse fondamentali dall'appalto delle gabelle, dall'affitto dei beni comunali, dalle speculazioni sul debito pubblico a breve, dalle libertà d'intervento nella ripartizione delle imposte dirette, dal controllo dei maggiori uffici della città e del contado, era accettato e anzi per più versi agevolato e favorito. Infatti, il governo centrale si accontentò solo di avocare a sé la nomina del podestà e di sottoporre i comuni ad un controllo sempre più rigoroso in materia tributaria e fiscale, scendendo sovente a patti sottintesi con le oligarchie cittadine che egemonizzavano il potere politico nelle singole città.

Si impongono alcune signorie nelle città della Marca
In provincia alcune importanti famiglie, con responsabilità e ruoli diversificati, rappresentarono l'anima guelfa e furono garanti per le rispettive città d'origine, di sottomissione al papato, prefigurando quasi un prototipo di signoria: i Varano a Camerino, gli Smeducci a Sanseverino, gli Ottoni a Matelica, i Cima a Cingoli, gli Accoramboni a Tolentino e i Molucci a Macerata. Erano famiglie magnatizie attive nelle loro città già prima l'affermarsi del regime signorile; ma sin d'allora nettamente separate dai ceti inferiori con un processo di unificazione sociale fra i potenti. Erano di origine eterogenea e in violenta competizione tra loro, ma strettamente ormai collegate dalle strategie matrimoniali e dal monopolio degli uffici ecclesiastici più redditizi.
Dopo aver effettuato una cavalcata contro Matelica, Camerino con i Varano raggiunse la pacificazione e una egemonia sul territorio della provincia solo due anni dopo, nel 1306, stringendo accordi per un'alleanza con Fabriano, Sanseverino e la stessa Matelica.

Il nuovo governo di Tolentino su Urbisaglia
Le principali prerogative, che Tolentino esercitava su Urbisaglia (l'approvazione degli statuti e delle riformanze, la ripartizione del carico fiscale, la nomina e l'imposizione della presenza del podestà ai consigli generale), testimoniano la puntigliosa rivendicazione di supremazia sul distretto. D'altronde Urbisaglia aveva rinunciato forzatamente alla propria indipendenza, ma non alla difesa della propria autonomia, continuando a mantenere le sue magistrature, la capacità giuridica delle sue assemblee pubbliche e l'amministrazione delle proprietà comunali.
Il 6 gennaio 1304 venne riunito il consiglio generale di Tolentino dal podestà Simone di Bonifacio de Tacanis per nominare Bonaventura Benvenuti come sindaco per acquistare la parte di Lendesina, moglie di Jacobuccio domini Guglielmi da Jesi e figlia di Jannicti domini Pallariensis da Ancona e di Druda di Rosso, per 800 lire. L'atto venne stipulato, il 22 febbraio, da Buongiovanni di Tommaso Parisiani come sindaco e procuratore di Tolentino, che contrattò la vendita di Urbisaglia da parte di Clara di Rosso, di Lendesina e della madre Druda al prezzo di 10.000 lire ravennati e anconitane, facendo la quietanza per sole 800. Nella vendita erano compresi anche i diritti di proprietà di Lendesina e della stessa madre. Clara si riserva di non vendere una casa in Tolentino; inoltre, insieme a Fidesmido e Margherita, certamente presenti all'atto anche se non citati, si impegna ad ottenere l'approvazione personale di Lendesina. Il 3 settembre il monastero di san Giovanni di Sanginesio, nominò un difensore dei suoi interessi poiché Fidesmido aveva venduto anche la quota appartenente a Tommasia di Rosso, monaca in quel monastero. Ancora, il 24 novembre, Fidesmido fece una quietanza per il pagamento di 700 lire al vicario comunale Gualterio domini Thome da Offida, a Corrado Gualfredi e al camerario Agure Petri Benecase.
Nel dicembre del 1305 il sindaco di Tolentino, Corrado di Giovanni da Jesi, venne convocato dal giudice Antonio a per le accuse contro il comune fatte dall'abbazia di Chiaravalle a causa delle divergenze sorte sui molini lungo il Chienti e il Fiastra e perché i contadini dell'abbazia erano obbligati ad alcune corvées. Venne assolto perché nell'indagine giudiziaria le accuse risultarono infondate. Tolentino a dimostrare la sua innocenza mostrando un documento del 30 gennaio, nel quale era stare liquidate 500 lire di risarcimento a Serenideus di Loro, monaco e sindaco dell'abbazia di Fiastra, e all'ex abate Giovanni alla presenza dei seguenti testi: Accorambono di Giovanni, Giovanni Deutallevi giudice, Fidesmido da Urbisaglia podestà, Gualtiero domini Thome da Offida giudice, i quattro priori delle arti Tommaso Tebaldi, Giordano Buonaccursi, Giovanni Leti e Bonaventura Morici, oltre i notai Bonaventura Benvenuti e Tommaso Thome.
Nella provincia, segnata dalla presenza di un locale particolarismo esasperato, era scoppiata un'aspra guerra che contrapponeva Fermo a Sanginesio per il controllo del borgo di san Lorenzo dell'Apezzana, oltre il fiume Fiastra. La pace fu raggiunta solo il 20 gennaio 1306 con l'interessamento dei legati papali: il vescovo Guglielmo e l'abate Piliforte.

Ultimi atti notarili dei Signori di Urbisaglia
Il 12 settembre 1307, Clara di Rosso fece ad Assisi un atto di donazione, riguardante la terza parte delle sue ricchezze in terreni e case, sia a Tolentino che Urbisaglia, a Federico di Federico da Massa, zio materno, per i molti e grati servizi ricevuti da lui e dal padre.
Fidesmido, dopo aver incassato diverse rate della vendita effettuata, fece testamento nel 1309 nominando esecutore testamentario l'abate di Fiastra, Matteo. Dal documento si scopre che aveva un fratello più piccolo di nome Tardinellus, che non viene mai citato negli altri documenti coevi. Probabilmente, come lascia supporre il nome, era un portatore d'handicap. Per il suo sostentamento ereditò due cavalli e alcuni terreni sotto il protezione e l'amministrazione dell'abate. Dopo alcune donazioni alle chiese locali, che ricadevano sotto il suo juspatronato (san Giorgio, San Biagio e san Michele), lasciò erede universale il nipote Fidesmido, figlio di Rodolfo da Camerino. Dalla lettura attenta del documento, inoltre, ricaviamo l'impressione del pessimo rapporto che Fidesmido tenesse con il vescovo di Camerino; probabilmente la ragione va ricercata nelle forti pressioni subite nella vendita forzosa di Urbisaglia oppure in mere questioni familiari, visto anche che il vescovo era il fratello carnale di Rodolfo da Camerino, suo cognato.
Dopo che i principali Signori di Urbisaglia avevano perfezionato la vendita del castro e della sua giurisdizione, restava fuori dal gioco solo la madre di Fidesmido, Margherita per completare il pieno possesso di Urbisaglia da parte di Tolentino. Infatti il 23 marzo del 1310 venne eletto a sindaco Gualterio di Tommaso Tebaldi, notaio, per stendere l'atto a nome del comune. Per ottenere la sua parte del prezzo pattuito si era rivolta al comune di Fermo che con la rapresallia aveva fatto pressione su Tolentino, bloccando tutte le proprietà terriere e mercantili possedute dai Tolentinati nel territorio del contado di Fermo, minacciando di venderle per risarcire i torto subito da Margherita. Si pervenne a questo passo estremo, poiché Margherita nel frattempo si era risposata con Egidio di Guglielmo da Fermo, e in quella città risiedeva acquisendone i diritti di cittadinanza. La rappresaglia era perfettamente legale in quei tempi e ben codificata dalla giurisprudenza medievale. Era un'istituto giuridico che si prefiggeva lo scopo di riparare i danni provocati dal particolarismo e dalle autonome giurisdizioni dei comuni. Infatti concedeva la facoltà ad un comune di sequestrare i beni e perfino di catturare le persone originarie della città, i cui cittadini avevano perpetrato un torto o provocato un danno ad un proprio concittadino, al quale poi non era stata resa un'equa giustizia. Sotto la pressione di questo ricatto, i maggiorenti di Tolentino si recarono rapidamente a Fermo per trattare un pacifico accordo. Pagarono a Margherita, vedova di Pietro e madre di Fidesmido, 2.000 lire ravennati e anconitane. In cambio Fermo promise di non molestare più gli abitanti di Tolentino che commerciavano con i residenti a Loro e Santangelo. All'atto firmato nel chiostro del vescovado erano presenti: Pietro Rainaldi da Mortone, capitano del popolo di Fermo, Giovanni Aceti podestà, Fidesmido di Pietro (ultima testimonianza ante quem che fosse ancora in vita), e numerosi altri nobili gentiluomini della città di Fermo.
Nel giugno dell'anno successivo, Lendesina di Clara, insieme al marito Tommasino Malpili, cedette tutti i suoi diritti sugli uomini e le proprietà in Urbisaglia al sindaco di Tolentino, Vannuccio Gentiluzi, per la 200 lire.

Fidesmido di Camerino e Urbisaglia
All'inizio del 1312 quasi certamente venne a morire Fidesmido di Pietro, infatti il 9 febbraio Rodolfo di Giacobuccio da Camerino, curatore degli interessi del figlio minorenne Smeduccio, che da questo momento assumerà il nome del nonno Fidesmido, nominò due procuratori, Francesco Massi da Camerino e Francesco di Paolo da Macerata, per difendere i diritti di successione del figlio davanti a tutti i tribunali dei comuni della provincia. Intanto, anche Camerino aprì un contenzioso con Clara di Rosso, contestandogli delle proprietà e nominando lo stesso Francesco di Paolo come procuratore. Tolentino governava Urbisaglia attraverso un castellano abbinandola a Colmurano, in quest'anno vennero nominati, votandoli in una quaterna in consiglio, Aldrovanno Gilberto degli Aldrovanni e Jacobuccio Sonebaldi.
Ma Clara passò a miglior vita, come risulta dal testamento redatto dal notaio Bentivoglio Brunetti a Macerata nella casa di Giuliano di Paolo, nel marzo del 1312. Esecutore testamentario venne nominato il frate francescano Pietro Raimondi. Frattanto, il giudice generale della Marca, Martino degli Ancellati, condannò Rodolfo di Jacobuccio da Camerino e suo figlio Smeduccio, alias Fidesmido, che con altri accoliti originari dei paesi circonvicini, avevano cercato di impadronirsi di una proprietà dell'abbazia di Fiastra, trafugando grano, orzo, spelta e buoi e impedendo loro di seminare e lavorare la terra.

Tolentino continua ad amministrare Urbisaglia accentrando sempre più potere nelle sue mani
Nell'ottobre del 1312 venne imposto da Tolentino a Urbisaglia, Colmurano e Montenereto di mandare cavalieri muniti armis et aliis ad exercitum opportunis per una guerra contro Ancona; contemporaneamente si inviò come castellano Aldrovannino di Gilberto Aldrovannini, a sostituire Jacobuzio Senebaldi, con il famiglio Berto e otto sergenti per bene et sollecite de die et de nocte custodire ita quod dictum castrum sanum et salvum permanebitur. Le magistrature politiche, che amministravano Urbisaglia, erano composte del castellano o podestà, eletto da Tolentino, con i suoi sergenti di polizia; mentre il sindaco e quattro massari venivano eletti dagli uomini liberi di Urbisaglia.
Nel 1313 venne concessa per due anni la gabella della pesa di Urbisaglia al convento di san Catervo di Tolentino per ripagarlo della somma dovuta dal comune di Tolentino per l'acquisto effettuato di un molino lungo il Chienti. Nell'anno successivo, Tolentino impugnò una sentenza giudiziaria davanti al giudice della Marca per difendere il suo diritto di esercitare il mero et mixtum imperium sopra il distretto di Urbisaglia. La questione era sorta poiché alcuni cittadini di Urbisaglia erano stati incarcerati in Tolentino per reati comuni e i parenti avevano presentato ricorso alla Curia provinciale contro la sentenza di condanna emessa da giudice di Tolentino.
Lo stesso problema fu sollevato nel 1340, quando un omicida fu fatto evadere dalla prigione con il favore del castellano di Urbisaglia. Allora il sindaco di Tolentino si presentò davanti alla Curia provinciale per reclamare nello specifico il suo diritto di poter giudicare il castellano infedele, e in generale il diritto legale di Tolentino di poter esercitare la giustizia nel castro a lei sottoposto.

Disordini nella Marca e ne approfittano alcuni signori avventurieri
Nello sconvolgimento politico della Marca determinato dalle lotte tra i fedeli al papa e coloro che volevano costituirsi in liberi signori con il predominio ora di una fazione ora di un'altra, vennero posti sotto sequestro alcuni possedimenti e proprietà di diversi cittadini condannati in contumacia e banditi dai tribunali provinciali per la lega ribelle alla chiesa costituita da Osimo, Recanati, Fabriano, Sanseverino, Matelica e Cingoli. Tra questi Guglielmo di Albertina da Sanseverino aveva delle proprietà in Urbisaglia e nel suo distretto; aveva subito la condanna a 100 lire nel mese di luglio per l'occupazione armata di Montemilone per gli atti notarili di Tommasuccio da Penna e Sante di Giovanni. Il Rettore della Marca donò i beni requisiti a Federico di Montappone per i servigi resi al suo servizio nell'agosto 1315: è lo stesso personaggio che aveva ereditato le proprietà di Clara di Rosso negli anni precedenti; e che, nel 23 dicembre 1316, nominato come nobilis et potens miles dominus Fredericus de Monte Appono vendette a Giovanni Gibellino Tubatori, sindaco di Tolentino, la casa di Clara iuxta plateam comunis, viam publicam Turribulum beccarium et Boctium Gualterii. Federico ne era entrato in possesso di un terzo per gli atti del notaio Giovanni Bonaventura magistri Petri di Monte Milone e per gli altri due terzi di proprietà da Vitale di Brost, arcidiacono di Camerino e Rettore della Marca, per gli atti di Martino da Cesena.

Assalto di alcuni masnadieri all'abbazia di Fiastra
Nel 1318 un certo frate Girardo da Petriolo, dopo essere stato scacciato ignominiosamente dall'abbazia di Fiastra per il suo comportamento immorale, vi ritornò con l'aiuto del fratello Nuzio Boncontis, di frate Raimondo e di un manipolo di scherani radunati a Urbisaglia, Montemilone e Tolentino. Per vendetta assalì l'abbazia, rubando calici, croci dorate, libri, paramenti sacri, una borsa con 10 fiorini e 25 lire anconitane, cavalli e altri animali da stalla e da cortile. Costoro bruciarono carte e atti notarili, sequestrarono e bastonarono il priore che aveva espulso frate Girardo, portandolo in catene attraverso i territori di Tolentino e Camerino, mentre si davano alla fuga. Il tribunale del Rettore sospettò che dietro questo atto vandalico si nascondessero le mire espansionistiche di Tolentino, vista la sua tenace volontà di sottoporre l'abbazia alla propria giurisdizione. Vennero citati, allora, Accorambono di Gentile da Tolentino, insieme agli altri notabili, il podestà e le alte cariche cittadine, sottoponendoli ad un'istruttoria condotta dal preposto di san Giacomo in Camerino, Pietro da Gubbio nominato da Americo de Lautrico, vicario del rettore Amelio di Lautrec, preposto di Belmonte. Alla fine del processo risultò, in mancanza di prove certe, la completa loro estraneità ai fatti addebitati; solo i diretti responsabili furono condannati tutti in contumacia, poiché nel frattempo si erano resi sagacemente irreperibili.

Accoramboni tiranneggiano Tolentino
Nei primi anni del Trecento, nonostante l'esistenza delle autorità comunali, il vero reggitore della Terra di Tolentino era Accorambono di Giovanni. Suo padre era stato ucciso dagli avversari politici negli anni precedenti. Uguale sorte subì Accorambono, che fu trucidato dai Tolentinati decisi a restaurare un governo di populus contro i maggiorenti e i nobili. Nato nel 1275 circa era una personalità di primo piano di parte guelfa, non solo in regione, ma anche a livello nazionale se nel 1325 era stato eletto podestà a Firenze. Per quanto riguarda Urbisaglia egli si era piano piano impadronito delle proprietà dei Signori di Urbisaglia. Infatti nel 1328 acquistò due molini, diverse abitazioni e numerosi appezzamenti di terra sparsi in tutte le contrade, che pagò solo nel 1330, da Cecca, moglie di Vanni Girardi da Massa, figlia di Lendesina e nipote di Clara di Rosso, al prezzo di 360 fiorini aurei.
Nel 1335 si svolse al tribunale di Macerata una causa tra il monastero di Fonte Avellana e un certo Pucciarello da Urbisaglia, riguardante il possesso della chiesa di san Biagio e di un appezzamento di terra.

Fidesmido di Camerino tiranneggia Urbisaglia
Inoltre, Gentile II, figlio di Berardo da Varano, signore di Camerino, chiese al comune di Tolentino un risarcimento dei danni subiti nelle sue proprietà in territorio di Urbisaglia durante la rivolta e la sedizione di Fidesmido da Camerino, che con l'aiuto di alcuni suoi accoliti armati si era impossessato di Urbisaglia e della rocca.
Un approfondimento va fatto su Fidesmido. E il nipote del Fidesmido di Pietro, ultimo signore di Urbisaglia, e il figlio di Rodolfo di Giacobuccio, parente dei Varano e fratello di Berardo, che ricoprì la carica di vescovo a Camerino dal 1310 al 1327. La parentela con Fidesmido il vecchio può essere stata originata da un matrimonio contratto da una propria figlia, risultando nel testamento erede come nipote. Per alcuni anni, inoltre, esercitò il potere sul paese, dichiarando di possederlo in nome del Papa, dopo averlo occupato violentemente provocando feriti e morti. Per legittimare questa usurpazione inviò perfino una petizione al Papa, ad Avignone, tentando di ottenere la conferma ufficiale alle sue pretese. Invece Giovanni XXII (1245-1334), per tutta risposta, il 24 novembre 1331 diede mandato al suo Legato nella Marca, Fulco, di intentare un processo contro di lui per sedizione e rivolta nei confronti della Chiesa. Per gli atti del giudice della curia generale, Buongiovanni di Piacenza, si procede contro Fidesmido, i suoi familiares (Gentilone, Carilgionum, Cecco di Serravalle, Jacobuzio di Spoleto, Cantuzio e Canonario), Massimo di Francesco di Matelica, magistro Ruggero di Monte san Pietro e alcuni abitanti di Urbisaglia poiché si erano impadroniti del castro e delle sue fortificazioni, uccidendo e ferendo alcuni cittadini contrari, contro il volere di Tolentino e in aperta ribellione della Chiesa. Anche il comune di Tolentino si era presentato per sostenere le sue ragioni contro Fidesmido in persona del sindaco Vannuccio Gentiluzi, accampando il diritto di giudizio per il mero et mixto imperio che esercitava sul proprio distretto. Il Legato della Marca ammonì severamente Fidesmido e gli concesse un termine perentorio per abbandonare il paese e restituire Urbisaglia con tutte le sue fortificazioni a Tolentino, confermato nella pienezza dei suoi diritti. La sentenza lo assolse dal reato di sedizione e occupazione armata di una terra soggetta al dominio della Chiesa, mentre i ferimenti e gli omicidi erano di esclusiva competenza del tribunale di Tolentino, al quale spettava il diritto-dovere di perseguire questo tipo di reati. Di conseguenza nel 1335 Gentile da Varano, nominò Vanni Serri de Roccha Maii, come procuratore per ottenere un risarcimento da Tolentino per 750 lire a causa dei danni provocati nelle sue proprietà, durante la ribellione di Fidesmido. Intanto, Fidesmido, vista la piega sfavorevole presa dagli eventi, aveva di certo già abbandonato la partita e fatto perdere le sue tracce. Infatti, nel 1344 lo ritroviamo a Siena con la carica di capitano di guerra: l'eletto a questa carica esercitava il comando sull'esercito cittadino e svolgeva, anche funzioni repressive e giudicanti su questioni di ordine pubblico. E da questa sede che, attorniato dai suoi ufficiali pro suo officio exercendo nominò don Francesco Rinaldi di Urbisaglia e Ruggero magistri Deutallevi olim de Monte Sancti Petri et nunc habitator castri Urbisalie come suoi procuratori per nominare don Sciarra magistri Pertempi di Sarnano come cappellano della chiesa di san Giorgio di Urbisaglia, sottoposta la suo juspatronato.
Precedentemente, nel 1340, la stessa carica era stata ricoperta dal padre Ridolfo di Camerino, che si era distinto nella repressione di una congiura scoppiata a Massa contro Siena, dove fece decapitare i caporioni della rivolta. Ma Fidesmido nell'esercizio delle sue particolari funzioni, strinse alleanze troppo strette con la fazione dei popolari, destando i sospetti del consiglio dei nove, composto per lo più di nobili. Per evitare sgradite sorprese, il consiglio lo destituì dalle sue funzioni dopo solo due mesi, pur saldandogli il salario per l'intero anno.
Successivamente, ormai anziano e stanco, lo ritroviamo a sottoscrivere patti di pace con Rodolfo da Varano alla presenza del Legato della Marca Gil Alvarez Carrillo de Albornoz (1310-1367), detto semplicemente Egidio Albornoz, nel 1363, con la ricomposizione delle offese, che si erano reciprocamente arrecati (homicidia, injurias et molestationes); che i seguaci di Fidesmido possano liberamente girare armati per la provincia senza essere molestati dai seguaci del Varano; che il castro, controllato da Rodolfo, ritorni sotto il controllo di Fidesmido, ma il Legato sostenne l'impossibilità della cosa, poiché apparteneva a Tolentino e Rodolfo lo governava per subvicariato concessogli a vita dal Papa. Infatti, sin dal 1355 a Rodolfo di Varano era stato concesso in feudo Tolentino, insieme con Sanginesio.
Da questo momento in poi la casata di Fidesmido, denominata successivamente dei Ridolfini, procurò un grande lustro alla città di Camerino con i suoi discendenti, uno dei quali divenne addirittura comandante generale della cristianità nella guerra santa contro i Turchi in Ungheria.

L'Arbornoz e le Marche
Negli ultimi mesi del 1347 comparve in tutta Europa la peste nera, così chiamata per via delle emorragie sottocutanee che deturpavano i cadaveri. L'imperversare del flagello variò da regione a regione, a volte anche da villaggio a villaggio. Comunque, si presume che a livello europeo il numero degli abitanti riducesse di circa un quarto.
Nello Stato della Chiesa l'autonomia dal papa dei signori e dei comuni più grandi era un fatto compiuto; allora, nel 1353, Innocenzo VI (inviò come Legato il cardinale aragonese Egidio Albornoz, a recuperare e riordinare in forma statuale il patrimonio di san Pietro. Contraddistinsero la costruzione politica dell'Albornoz un accentuato carattere personale e una concezione dell'autorità papale non tanto in termini di dominio, quanto di pacificazione e coordinamento di territori frammentati fra una pluralità di realtà comunali e signorili estranee e contrapposte l'una all'altra. Attese a quest'impresa per quindici anni, contrastando o alleandosi con le diverse signorie come Gentile da Mogliano a Fermo, i Manfredi di Faenza, gli Ordelaffi di Forlì, Galeotto e Malatesta Malatesta ad Ancona e Recanati. Con il Liber Costitutiones Marchiae anconitanae, da lui emanate a Fano tra il 20 e il 30 aprile del 1357, raccolse, ordinò e ammodernò le leggi e le consuetudini delle Marche, allo scopo di restituire alla regione una base stabile del diritto; e rimasero a fondamento della struttura dello stato della Chiesa fino al 1816, alla fine dell'età napoleonica. Le costitutiones Aegidianae furono un programma di legislazione regionale, virtualmente estesa a tutto il territorio pontificio, ma rispondente essenzialmente a un certo orientamento della sola Marca anconetana, dove vigeva un equilibrato sistema di modesti poteri di città autonome in un regime tra comunale e signorile, e marginali dinastie territoriali.

Urbisaglia ritorna sotto il controllo di Tolentino
Tolentino ritornò presto in possesso di Urbisaglia, infatti il primo luglio del 1365 il suo sindaco pronunciò il giuramento di fedeltà alla Chiesa anche a nome dell'intero distretto. Gli abitanti di Urbisaglia, con la scomparsa dei propri Signori diventarono protagonisti della propria storia e pur avendo dovuto rinunciare forzatamente alla propria indipendenza per decisioni altrui, non cessarono mai di difendere la propria libertà, conservando e ampliando continuamente i margini della propria autonomia nell'amministrazione del proprio territorio e della loro vita sociale.
Del 1367 ritroviamo documentato l'ultimo atto notarile degli eredi di Fidesmido. Il 15 aprile, dopo la morte del cappellano di san Giorgio di Urbisaglia, don Angelo Rinalduzi di Borgiano, viene nominato dagli eredi di Fidesmido don Francesco di Andrea da Serravalle, pievano di san Lorenzo, a nominare come nuovo rettore della chiesa di san Giorgio don Antonio Vanni: Todisca, figlia di Masio Gentiluzi da Mogliano e moglie del quondam Giorgio, figlio di Fidesmido, e tutrice dei figli Toardo e Matteo. L'atto viene stipulato nella chiesa di san Lorenzo e il pievano impone le mani al nuovo rettore, confermandolo nell'incarico ricevuto.
Nel gennaio del 1372, Gregorio XI ritornò da Avignone a Roma e il 26 dello stesso mese, con un Breve, concesse i feudi di Tolentino e Sanginesio a Gentile III e Giovanni, fratelli di Rodolfo di Varano, a cui furono tolti, poiché erano sostenitori più sicuri della politica papale.

Tra peste e signori della guerra
Insieme alla peste, che si abbatté più volte durante questo secolo, cominciarono ad imperversare le compagnie di ventura, che, mettendosi al servizio di questo o quel comune, finivano per taglieggiare duramente tutta la popolazione. L'abbazia di Fiastra, saccheggiata nel 1381 dalla compagnia detta Società di san Giorgio al comando del conte Lando (Konrad von Landau) e dell'Acuto (John Hawkwood, 1320 c.a - 1394), si avviò verso una progressiva decadenza. Di conseguenza Urbano VI (1318-1389) sollecitò il Legato della Marca ad applicare le sanzioni contro gli usurpatori Gentile e Rodolfo da Varano che tra i vari castelli detenevano illegalmente anche quello di Urbisaglia. Ma vennero completamente assolti dall'accusa di ribellione alla Chiesa dal papa Bonifacio IX (Pietro Tomacelli, 1350 c.a -1404), famoso per il suo nepotismo, che lo indusse fra i vari favoritismi ad affidare ai parenti laici alti incarichi amministrativi.
L'11 settembre del 1393, il fratello del papa Bonifacio IX, Andrea Tomacelli venne mandato con un esercito agguerrito a riprendere il possesso della Marca e toglierla al controllo dei Varano. Riuscì ad entrare in Penna san Giovanni, difeso dalle genti di Gentile di Varano, ma con i rinforzi sopraggiunti da camerino Gentile riuscì a sconfiggere il marche Tomacelli e a farlo prigioniero insieme al conte Francesco di Carrara.
Nell'ottobre del 1399, Rossino Mustaroli, sindaco di Urbisaglia con atto notarile di Mario Antonio di Vanni e di Gentiluccio Catti, giura fedeltà al podestà di Tolentino Nicola di Giovanni de Fracta da Trevi, accompagnato da Giovanni Francesco, Giovanni di Vanni Andreoli, Marchese Nicoluzi e Giorgio di Tommaso.
Sul finire del secolo l'abate e monaci dell'abbazia di Fiastra si trasferirono ad Urbisaglia poiché, a causa delle incursioni e delle razzie perseguite da bande mercenarie, non era loro più garantita l'incolumità fisica tra le mura del monastero. Intanto le gabelle di Urbisaglia erano gestite in appalto da Tolentino, mentre la nostra comunità pagava un censo mensile per l'affitto di 4 fiorini, che Tolentino trasmetteva successivamente alla curia romana, mentre la riscossione della dativa venne affidata a Gentiluccio Cecchi di Urbisaglia, e nel 1401 a Giulio Cecchi beccaio di Tolentino per una raccolta complessiva di 43 fiorini.
Nel 1407 venne inviato come castellano ad Urbisaglia Benedetto di Cola. Il 16 marzo del 1409 Urbisaglia acquistò da Giovanni di Rodolfo da Varano alcuni campi in Brancorsina collocati tra l'abbadia di Fiastra e il Chienti per gli atti di Paolo Petrutii di Camerino. Successivamente la comunità completò l'acquisto della possessione di Brancorsina o Coste di Chienti con l'acquisizione delle proprietà dei signori Vanni di Camerino: era una proprietà boschiva utilizzata dagli abitanti come comunanza per raccogliervi legna e fascine o pascolarvi i maiali.
Nel Quattrocento si formò sovente una diarchia tra il governo del rettore papale e le magistrature locali, rendendo più evidente la persistente eterogeneità delle autonomie operanti con un'accentuata instabilità interna e spesso anche territoriale. Ovunque le oligarchie, affermatesi nel periodo precedente, rimasero socialmente e politicamente vitali, ora in connubio, non senza talvolta tensioni, con i regimi signorili cittadini, coperti n no dal vicariato, ora invece in rapporto diretto con la sede pontificia.
Nel 1421 Braccio da Montone (1368-1424), signore di Perugia e sposo di Nicolina da Varano, marciando contro la città di Fermo, nel tentativo di impadronirsi della Marca, trovò la strada sbarrata dall'abate di Fiastra Antonio da Varano, alleato con i suoi nemici. Cinse d'assedio il castello della Rancia, invase e si impadronì dell'abbazia, devastandola ferocemente nei suoi possedimenti: fece crollare il tiburio e il tetto della chiesa, e rase al suolo il castello di Villamagna. L'abate si ritirò definitivamente in una casa che l'abbazia possedeva in Urbisaglia, nella quale stipulò diversi atti di enfiteusi per continuare ad amministrare le numerose proprietà terriere. L'abbazia non si riprese più da questa selvaggia distruzione e lentamente si avviò verso una progressivo decadimento.

Urbisaglia e Tolentino dopo il '400
I rapporti con Tolentino continuavano ad essere assai precari: nel 1428 Niccolò Bianchini, luogotenente di Giovanni II da Varano, venne chiamato a dirimere una diatriba tra Tolentino da un lato e le comunità di Urbisaglia e Colmurano dall'altro. Questi due comunità si erano rifiutate di pagare le tasse a causa delle continue vessazioni subite. Il duca di Varano, intervenendo nella controversia, obbligò i due comuni a pagare in futuro le tasse concedendo, inoltre, che la somma arretrata venisse utilizzata per la manutenzione straordinaria delle mura castellane, e nel contempo intimò a Tolentino di inviare un medico e un maestro di scuola a servizio dei due distretti.
Urbisaglia godeva di una discreta autonomia, tanto che il 16 marzo del 1429 con un atto stipulato a Camerino, nella casa del magistro Giovanni sita sopra la camminata del magnifico Berardo II da Varano in contrada di Mezzo, alla presenza dei testimoni Conte di san Venanzo, Nicola dei Blanchini da Bologna, ser Marino Angeli da Sarnano, Giluzio di Jacobo dei Giluzi di Tolentino e del canonico Giovanni de Oculis di Camerino, acquistò da Giovanni II da Varano nell'interesse della comunità, attraverso i suoi sindaci Francesco di Nicola e Mariotto di Marino, nominati con atto del notaio Tommaso di ser Giulio di Sanginesio, ma abitante in Urbisaglia, tutte le proprietà appartenute per tre quarti agli eredi di Fidesmido di Camerino e per un quarto a Febo di Rodolfo, con l'esclusione di molendinis, frisculis, domibus et omnibus aliis quibuscumque consistentibus rebus intus castrum predictum Urbisalie, il cluso che tiene Matteo Sclavi, la terra lavorata da Cola Moriduttis, l'orto che avevano venduto a Piergentile Varano Orlandino Ceci e Pedicone, le terre acquistate da Orlandino Petullio e la vigna di Coptimatis Giliuzio, per un prezzo complessivo di 1100 ducati d'oro, di cui 400 pagati subito e il resto entro un anno. Inoltre nel 1432, il patrono di Tolentino Giovanni di Rodolfo da Varano, stabilì nuove regole riguardanti il castellano di Urbisaglia confermando che doveva giurare fedeltà nella persona del sindaco di Tolentino.

Organizzazione civile della Marca e il Papato
In questo secolo, la grande politica papale verso lo stato fu abbastanza costante e coerente. Le considerazioni fondamentali erano la creazione di sicurezza per la sede del papato in Roma; per dare una protezione alle politiche spirituali, ecclesiastiche e temporali dagli influssi minacciosi provenienti da governi estranei in Italia e fuori; la creazione e il consolidamento del territorio per proteggere la Città Eterna e la chiesa centrale; fornire i soldati per la difesa, denari per pagare i soldati e sostenere le politiche globali del Papato. A Tolentino la locale oligarchia si presentava ancora largamente informale: la compilazione statutaria del 1434 disponeva una rappresentanza popolare in consiglio distribuita per quartieri e non ereditaria, mentre un addictio di poco successiva (agosto 1436), richiede nei confronti degli aspiranti alle cariche pubbliche libram appretii et fumantem e l'essere originario del luogo. Solo nel secolo successivo questa diventerà ereditaria; sempre che il successore non sia persona infame.

Francesco Sforza nella Marca
La situazione della Marca era destinata ad evolversi in modo caotico ed in continue innovazioni, incoraggiando le mire espansionistiche degli audaci condottieri di ventura. Ma venti di guerra si aggiravano nella Marca e Tolentino obbligò, nel novembre 1432, i futuri nuovi castellani di Urbisaglia a portare seco omnia et singula utensilia et arma opportuna in dicto castro, a loro spese.
Francesco Sforza (1401-1466), visconte di Cotignola e conte di Ariano nonché famoso capitano di ventura, era giunto nella Marca con lo scopo di crearsi un dominio personale. Entrato nella Marca dalla Romagna, in breve sottomise tutte le città assediando i più riottosi, mentre il legato pontificio Giovanni Vitelleschi fuggiva ignominiosamente con una nave da Recanati verso Venezia, per riparare poi a Roma.
Patrone assoluto della regione, Francesco Sforza affidò Urbisaglia al suo capitano Taliano il Furlano, che l'aveva conquistata provenendo da Sanginesio, insieme al fratello Bartoluccio, con un audace colpo di mano dopo la sconfitta subita a Fiordimonte dal capitano del papa Niccolò Fortebraccio, che vi perse la vita per mano di Cristoforo Mauruzi da Tolentino.

Signoria di Taliano il Furlano su Urbisaglia
Per l'assenza di Taliano, impegnato nelle varie scorribande contro i sostenitori della Chiesa e per conservare le usurpazioni effettuate dallo Sforza, il potere amministrativo e giuridico venne esercitato da Bartolomeo Nicolai di Montolmo con la carica di podestà, ma la rappresentanza diplomatica fu esercitata dalla moglie di Taliano, Elena Tomacelli. Infatti, dalla sua dimora in Urbisaglia, con due lettere datate 7 e 14 settembre 1436, si rivolse al consiglio di Credenza di Macerata per ottenere la liberazione di Domenico da Francavilla, amico di Taliano e famiglio di Troilo de Murro da Rossano, un altro valoroso capitano premiato dallo Sforza con il feudo di Apiro, coinvolto in un omicidio perpetrato in Petriolo. E dopo essere stata accolta la sua richiesta, ringrazio quel comune con una lettera datata il 18 settembre dello stesso anno. Mentre esiste all'archivio statale di Macerata un libro sulla amministrazione del comune da parte del podestà Bartolomeo Niccolai. Contiene diverse ordinanze sul divieto di lavare panni nelle fonti Pecolle e Nuova, situata nella piazza, di non bestemmiare la Vergine e i Santi, di non ospitare i banniti dal dominus Taliano, sulla proibizione del gioco dei dadi o altri divertimenti, di non attentare al tranquillo stato della Terra garantito dal magnificum dominum Talliano, e di organizzare feste senza il suo permesso sotto la pena prevista negli statuti e nelle riformanze. Successivamente risulta un altro podestà di nome Ugolino.

Vita di Taliano Furlano
Taliano (o Italiano) merita un accenno particolare per essere stato dominus di Urbisaglia: figlio di Antonio, era originario del Friuli, per questo viene detto il Furlano (friulano). Si era sposato nel 1428 a Foligno, mentre era al servizio della repubblica fiorentina con Elena come capitano delle armi, figlia di Agnese dei Trinci, signori del luogo, e di Andrea de Tomacellis, nobile originario di Napoli e parente del papa Bonifacio IX.
Aveva servito nel 1432 Venezia e nell'anno successivo era passato, con armi e bagagli, al servizio di Francesco Sforza, seguendolo nella sua avventura nella Marca. Dopo alcune fulminee operazioni militari compiute nella Marca, compresa la conquista di Urbisaglia, Taliano si rivelò un brillante combattente e stratega tanto da divenire uno dei principali capitani dello Sforza. La smania di denaro dei capitani di ventura era cosa nota e le varie città se li contendevano rialzando il prezzo della condotta che il precedente committente aveva sborsato. Così anche lui, nel 1436, attirò l'interesse di Camerino, che si manteneva apparentemente indipendente sotto i Varano, per un passaggio nelle sue fila; ma Taliano, in quella occasione, rimase fedele allo Sforza. Dopo aver fatto campo militare nell'agosto del 1437, insieme a Alessandro Sforza, in Fabriano per contrastare i continui movimenti di truppa del Piccinino, proveniente dall'Umbria, scoppiarono scaramucce con Camerino, che aveva già riconquistato Serravalle. Nel novembre, Camerino si alleò con Francesco Piccinino e Giosia Acquaviva, che operavano per conto del Papa, nel cercare di scacciare il conte Sforza dalla Marca, Ma Francesco Sforza, non si fece intimidire, coadiuvato da Taliano e dagli altri suoi capitani, attaccò Camerino assediandola e saccheggiando i paesi limitrofi: Castelraimondo, Muccia e Serravalle. La pace venne ben presto stipulata con le armi in pugno e la città stremata dovette rinunciare ai diritti su quelle terre pagando, inoltre, una grossa somma di denaro per risarcire le indennità di guerra. Ma questi patti venivano rispettati per il tempo che duravano i soldi dalla taglia, così, il 23 dicembre, ritroviamo Taliano, accampato presso san Maroto, nel tentativo di impadronirsi della città. Da qui inviò diverse lettere alle comunità della provincia per ottenere aiuti, in vista del protrarsi del lungo assedio. Inoltre emise anche un bando, in nome dello Sforza, per invitare i vescovi, gli abbati, i comuni e gli ebrei a pagare le tasse, i frutti dei censi e qualsiasi altra imposta dovuta alla tesoreria del conte. Seguirono numerosi e violenti combattimenti, compreso l'assedio di Fiordimonte, che lasciarono nel camerinese un pessimo ricordo di Taliano. Ma sul suo conto cominciarono a circolare, sempre più spesso, convincenti voci di un probabile tradimento, come risulta da una lettera inviata al duca di Milano Filippo Maria Visconti (1392-1447) da un suo famiglio il 15 novembre: trovò Taliano cum VII cavali de là da Pesaro chi andava in la Marchia, li altri soi cavalli li andava dietro scortegati et desfacti. Dice se presume de là che Taliano ingannerà il Conte Francesco. Infatti nel gennaio 1438, convinto da Niccolò Piccinino (1386-1444), passò con armi e bagagli alla parte avversa, dopo che gli era pervenuta fortuitamente nelle mani una lettera dello Sforza, indirizzata al fratello Alessandro, nella quale si ordinava l'arresto immediato di Taliano per alto tradimento. Abbandonato l'assedio di Cessapalombo e accettata una condotta da Camerino per 2.000 scudi, ritornò al suo dominio di Urbisaglia tentando anche, con una sortita improvvisa, di impadronirsi di Macerata, e mettendo in apprensione i comuni della Marca, che ben conoscevano la sua valentia e audacia. Ma Alessandro Sforza, accorso in tutta fretta da Fermo dove risiedeva, per recarsi a Sanseverino, qui chiese a tutti i comuni di inviare nuovi soldati nell'accampamento programmato nei pressi di Montolmo. L'inizio della lettera riferisce: Siccome per l'innovazione di offendere ha fatto Urbisaglia, è di bisogno far provvigione a Montolmo, dove manderemo delle genti d'arme, anche per la conservazione di quella Terra e la salute dei vicini circostanti, dai quali nei bisogni si deve ricercare i favori e aiuti. L'ordinanza non ebbe conseguenze, poiché Taliano, dopo aver tentato un'altra sortita alla volta di Ascoli, passò ai primi di aprile con i suoi soldati al servizio di Norcia e di Corrado Trinci, zio di sua moglie e signore di Foligno, quando venne stipulata la pace tra Francesco Sforza e il Visconti.
Al loro servizio partecipò con la sua banda armata alla guerra contro Spoleto, nella quale Piero Tomacelli abate di Montecassino, loro parente, svolgeva funzioni di governatore. A lui si erano ribellati gli abitanti per le continue angherie subite e perché Corrado Trinci desiderava mettere la città sotto la sua giurisdizione. Dopo qualche mese, il 6 maggio, Spoleto fu presa e messa al sacco. Taliano non si trattenne a lungo in Umbria poiché Corrado Trinci venne catturato durante il sacco di Foligno, l'8 agosto 1439, dal cardinale Giovanni Vitelleschi e incarcerato nella rocca di Soriano, dove successivamente venne strangolato per ordine dello stesso Eugenio IV, insieme ai suoi figli Francesco e Giacomo, il 14 giugno 1441. Taliano era già stato richiamato nel maggio 1438 al servizio dal duca di Milano, di nuovo avverso allo Sforza.
Nella Marca giunse la notizia che, in uno scontro violento sul lago di Garda, è stato rotto Taliano Furlano e ferito a morte da uno schioppetto, e le sue bandiere sono condotte a Vinegia in suo grandissimo vilipendio. La notizia era certamente falsa, se Taliano, in veste di capitano del Visconti, alleato del Papa e del re Alfonso di Napoli guerreggiava con ragguardevoli truppe contro la città di Bologna nel luglio del 1445, mentre nei mesi seguenti era intento ad occupare le città tra il Metauro e il Foglia per conto della Lega Santa, costituitasi contro lo Sforza al comando del cardinale Ludovico Scarampi Mezzarota patriarca di Aquileia. Il 5 ottobre conquistò Montesanto (Potenza Picena) e dintorni, ponendo in stato di assedio Civitanova. Ma il sopraggiungere delle armate sforzesche lo costrinse ad una frettolosa ritirata.
Dopo la perdita di Roccacontrada, la stella dello Sforza stava tramontando e tutte le città lo abbandonarono. A Taliano si era aperto il cammino verso Fabriano e diede il suo contributo nella riconquista papale, mettendo a ferro e fuoco Cingoli e il circondario, mentre gli altri capitani, Giovanni Ventimiglia e il patriarca di Aquileia, provenienti dagli Abruzzi e transitando per Norcia e Fabriano lo raggiunsero, riunendo i tre eserciti. Conquistarono Montemilone, che si arrese subito; il 9 novembre entrarono trionfalmente a Macerata, dove accettarono la resa incondizionata di Civitanova, Recanati e delle città rimaste fedeli allo Sforza. Solo Fermo oppose una strenua resistenza e fu ordinato a Taliano di metterla in stato di assedio nel gennaio del 1446. Immediatamente, il Ventimiglia e Taliano mossero le truppe verso Fermo e giunsero a Santangelo in Pontano, dove trovarono le porte sbarrate. La inaspettata resistenza cagionò la rabbia dei due capitani, che postala in stato di assedio, l'ebbero in breve in loro potere e la misero a ferro e fuoco. Alla notizia di questi eventi, gli abitanti di Mogliano si affrettarono a sottomettersi, ai 14 novembre. Con la situazione pacificata nei dintorni, il 26 novembre l'esercito papale raggiunse Fermo, dove il 24 era scoppiata una rivolta dei cittadini, che aveva costretto Alessandro Sforza ad asserragliarsi con le truppe fedeli all'interno della fortezza, detta Girifalco. Dopo un lungo e inutile assedio per la strenua difesa apprestata dagli sforzeschi, Fermo raggiunse un accordo con Alessandro Sforza e in cambio della sua partenza, avvenuta il 20 febbraio 1446, alla volta di Camerino, dove continuavano a governare i Varano parenti stretti di sua moglie Costanza, ricevette alcuni ostaggi fermani e 10.000 fiorini come contribuzione della guerra in atto.
Il 2 maggio ritroviamo Taliano Furlano all'abbazia di Fiastra per ricevere i numerosi doni e omaggi, che solennemente Tolentino aveva decretato al gradito ospite. Quindi i tre eserciti papali, del Patriarca di Aquileia, di Raimondo Boilo e del Furlano si riunirono tra Fossombrone e Fano, per riconquistare quella parte della regione al dominio della Chiesa. Così, mentre l'avventura nella Marca di Francesco Sforza procedeva verso le sue definitive conclusioni, Taliano, adescato dai Fiorentini, decise di cambiare di nuovo bandiera. Ma il Visconti, venuto a conoscenza della tresca attraverso le sue spie, spedì negli accampamenti del cardinale il fedele Giorgio Danone con una missiva segreta. Scoperto il tradimento, il cardinale fece catturare Taliano, il 28 luglio 1446. Fu condotto così sotto buona scorta a Rocca contrada, dove il castellano lo fece decapitare nella pubblica piazza di fronte ad una popolazione eccitata.
Così si conclusero insieme le avventure e la vita di un coraggioso capitano di ventura, che ha vincolato il suo nome alla storia di Urbisaglia. Egli resta comunque il simbolo emblematico e lo specchio fedele dei travagli in cui si dibatteva l'intera Italia in questo secolo così violento.

Urbisaglia sotto Francesco Sforza
Riprendendo il filo rosso della storia di Urbisaglia troviamo che, posteriormente al tradimento di Taliano, Francesco Sforza mise Urbisaglia sotto il controllo del suo capitano Antonio degli Attendoli da San Severino, detto il Ciarpellone o Zerpellone. Egli si era distinto spesso al servizio dello Sforza, restandogli fedele nella buona e cattiva sorte, per audacia e ferocia nei vari scontri armati, tanto che venne definito dall'umanista rinascimentale Francesco Filelfo (1398-1481): vir industrius, audax, ferus bellicosissimusque. Ciarpellone la governò per un anno circa attraverso Bartolomeo de Humilis di Perugia, ma sospettato anche lui di tradimento venne impiccato ingloriosamente a Fermo, cosicché Urbisaglia passò alle dirette dipendenze dello stesso Sforza.
Il 19 agosto del 1443, infatti, Francesco Sforza partito di mattina presto da Urbisaglia dove aveva pernottato e accampato le sue truppe, dette battaglia nella pianura di Montolmo all'esercito di Nicolò Piccinino, posto al comando del figlio Francesco Piccinino, di Carlo Fortebraccio e del cardinale Capranica, sconfiggendoli.

Partenza di Francesco Sforza dalla Marca e ritorno dello Stato della Chiesa
Comunque la stella del conte Francesco nella Marca stava tramontando nella Marca, dove stava infuriando la peste, mentre cominciava la radiosa avventura nel ducato di Milano.
Nella Marca, allontanatosi Francesco Sforza, scomparirono definitivamente anche le vecchie signorie dei Chiavelli a Fabriano, degli Smeducci a Sanseverino e dei Cima a Cingoli. Ad Ascoli, a Fermo e a Jesi non si parlò più di vicariato, mentre tornarono i Varano a Camerino rassegnati a un ruolo ormai marginale. Mentre gli Ottoni restarono a Matelica, ove lo Sforza li aveva mantenuti. Il tracollo delle Signorie restituì al pontefice gran parte del controllo diretto della Marce. Se si escludono le zone infeudatate in aree economicamente e politicamente marginali, nel resto del territorio si stabilì un rapporto diretto, se non tra sovrano e sudditi, certamente tra pontefice e comunità immediate subiectae. La formula del reggimento di queste comunità venne dunque ad assumere, nell'ottica del governo centrale, un rilievo politico e una valenza strategica nuova ed imponente. Ci troviamo in presenza di un potere oligarchico, che precede l'esperienza signorile, che convive con essa, ed a essa sopravvive dimostrando sul lungo periodo una intensa capacità di tenuta, di recupero e di ripresa. E tutto ciò anche nella misura in cui, nell'adottare modelli di reggimento del potere con norme magnatizie o antimagnatizie, popolari o miste, riesce a piegarle agli interessi precipui del proprio aggregato sociale, con un netto convergere di intenti fra la nobiltà antica e nuova, con la fusione in un solo ceto sociale egemone della nobiltà imborghesita e della borghesia feudalizzata

L'Europa alla fine del Medioevo

 

Tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento il movimento espansivo che aveva caratterizzato l'Occidente nel corso dei precedenti tre secoli si arresta e la società mostra, a vari livelli, preoccupanti segni di crisi.

Episodi magari delimitati, ma di grande valore simbolico, colpiscono i contemporanei e forniscono agli storici di oggi indizi importanti. Fra questi vi è senz'altro il moltiplicarsi di scioperi, sommosse urbane, rivolte che incendiano soprattutto le Fiandre e la Francia fra il 1280 e il 1306; l'interruzione dei lavori nei cantieri delle cattedrali (a Beauvais, le cui volte crollano rovinosamente nel 1284, Narbona, Colonia e più tardi Siena); i fallimenti a catena delle grandi compagnie mercantili-bancarie fiorentine fra il 1343 e il 1346. In realtà a mostrare sicuri sintomi di difficoltà è innanzitutto il settore che, verso il Mille, aveva messo in moto lo sviluppo: quello agrario. Condizionata dai mutamenti del clima, divenuto più freddo ed umido, indebolita da una colonizzazione talvolta indiscriminata, sottoposta alla pressione di una popolazione a lungo in crescita, l'agricoltura non appare più in grado di assicurare livelli ottimali di prodotto. Il primo risultato di tale squilibrio è la frequente ricomparsa delle carestie, tra cui spicca, per la sua intensità ed ampiezza, quella del 1315-1317. Ma a questa recrudescenza della fame, che interessa in misura diversa l'intero Continente, si correla anche un pericoloso regresso nelle condizioni di vita degli uomini e un graduale venir meno delle capacità di resistenza del loro organismo dinanzi alle malattie. Per averne la prova non c'è bisogno di attendere molto. Nel 1347-48 la peste, nella contagiosissima forma polmonare, si abbatte sull'Europa, decimando forse un terzo della sua popolazione e provocando contraccolpi economici, sociali e psicologici di enorme portata. Una volta passata la fase acuta, inoltre, il flagello rimane in Occidente allo stato endemico, con frequenti ricomparse. Come se tutto ciò non bastasse, la guerra, con il suo corteo di morte, distruzione e miseria, costituisce la compagnia quotidiana di generazioni di europei: le guerre di Scozia e di Castiglia, quelle fra le città italiane, quelle sul Baltico con la Hansa, ma soprattutto il conflitto che dal 1337 al 1453 oppone la Francia all'Inghilterra contribuendo decisamente, nel bene e nel male, a plasmarne la storia successiva. Le molteplici tensioni cui è sottoposta la società europea alimentano nuove esplosioni di malcontento sociale. Nel 1358 una violenta sollevazione antinobiliare - la jacquerie - insanguina le campagne della Francia già prostrata da vent'anni di guerra saldandosi temporaneamente con le rivendicazioni della borghesia urbana contro la politica fiscale della monarchia; nel 1378 il Tumulto dei Ciompi, insurrezione degli operai dell'industria tessile cittadina in lotta per ottenere migliori condizioni di vita e una rappresentanza politica dei loro interessi, paralizza Firenze; nel 1381 i contadini e i tessitori dell'Essex e del Kent, suggestionati anche dalla voce di predicatori itineranti, si armano contro l'aumento delle tasse e le misure di contenimento dei salari varate dalla Corona inglese. E si tratta soltanto degli episodi maggiori. Se guardiamo agli Stati e ai tradizionali poli di potere potremo cogliere trasformazioni profonde. Le autorità "universali" del Medioevo brillano di luce più fioca. Il Papato appare indebolito dal lungo trasferimento ad Avignone (1309-1377), dalle divisioni del Grande Scisma (1378-1417), dal risorgere di movimenti ereticali come quelli fondati da John Wycliffe in Inghilterra e da Jan Hus in Boemia. L'impero è ormai ridotto unicamente a monarchia tedesca e l'imperatore deve il proprio prestigio più alla consistenza dei suoi dominii ereditari  che al titolo di monarca "universale"; il baricentro del regno, inoltre, si va spostando dal cuore della Germania all'Austria, dove cresce la potenza degli Asburgo. A ovest i protagonisti principali della nuova Europa sono ora la Francia, dove la dura esperienza della guerra ha rafforzato il sentimento nazionale accelerando il processo di formazione di uno stato centralizzato, e in prospettiva l'Inghilterra, che dopo un trentennio di guerra civile (guerra delle Due Rose, tra York e Lancaster, per la successione dei Plantageneti) scatenata dalle divisioni interne all'aristocrazia, si avvia dal 1485 ad una piena restaurazione dell'autorità del re sotto la dinastia dei Tudor. A est la spinta all'aggregazione si manifesta soprattutto nella costituzione, fra Tre e Quattrocento, di un grande regno polacco-lituano e nella crescita del principato di Mosca, che dopo essersi imposto sugli altri principati russi, dal 1480 si libera completamente dalla tutela del Canato dell'Orda d'Oro. A sud, nella Penisola iberica, dall'epica stagione della reconquista emergono i regni del Portogallo, di Castiglia e di Aragona, gli ultimi due destinati a realizzare una unità sempre più stretta, basata sullo sviluppo di una coscienza nazionale "spagnola". Con il ristabilimento della pace e l'emergere di governi più stabili anche la congiuntura economica torna favorevole, mentre la popolazione riprende lentamente a crescere. Alla fine del Medioevo l'Europa degli uomini d'affari e degli Stati è pronta per la sua avventura più grande: la scoperta del Nuovo Mondo.

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